giovedì 20 novembre 2014

La città di Troia o Ilios

Vi ricordate la celebre leggenda di Troia che per secoli ha arrovellato le menti di tanti studiosi e ancora oggi desta fascino e mistero? A tal proposito vorrei parlarvi di un'altra grande scoperta di tutti i tempi: la scoperta della città di Troia o di Ilios, in greco.
I primi scavi vennero condotti da uno studioso francese, Jean Baptiste Lechevalier, che, nel 1785, Iliade alla mano, aveva attraversato la Troade identificando le Kirk Goz, le "quaranta fonti" presso Pinarbashi, con le sorgenti calda e fredda dello Scamandro, descritte nel poema.
Nel 1864 il tedesco Johann Georg von Hahn volle verificare la tesi di Lechevalier e sulla collina trovò i resti di un antico insediamento. A questo punto venne data per certa l'identificazione ma Schliemann non era veramente convinto e anzi voleva provare l'infondatezza dell'identificazione.
Sembra però che non intuì da subito che Troia potesse trovarsi sulla collinetta di Hissarlik e che fu il console britannico Frank Calvert, grande conoscitore della Troade, dal momento che la sua famiglia da tempo risiedeva in quella zona, che gli indicò la collinetta.
Il console così avvio degli scavi che gli consentirono di portare alla luce parti del tempio di Atena e settori delle mura di fortificazione di Troia VI, che risalivano alla media età del Bronzo. Calvert si rese conto, inoltre, che la collina di Hissarlik era composta da una serie di strati sovrapposti appartenenti a diverse epoche dell'insediamento.
La città di Troia

Schlielmann, sollecitato dal collega britannico, decise di intraprendere le prime esplorazioni che furono condotte tra il 1870 e il 1873. Schlielmann era convinto che la città di Priamo si trovasse nello strato più basso della collina e che quindi doveva arrivare al terreno vergine. Così scavò, nel 1871, un enorme trincea larga quattro metri e ogni giorno sempre più profonda. Dopo due mesi di scavi ormai pensò di aver sbagliato, che la città non si trovasse lì, ma decise comunque di continuare le operazioni di scavo. Soltanto nell'anno successivo Schlielmann raggiunse le imponenti mura che identificò con quelle della città descritta da Omero. A poco a poco emersero, oltre le mura, anche i resti delle porte, delle strade che fecero da scenario alle gesta di Ettore e Paride. Ecco che giunse a una scoperta eccezionale, una delle più citate nel mondo dell'archeologia: nei pressi della cosiddetta "casa di Priamo", venne alla luce un tesoro inestimabile composto da recipienti in oro, argento e bronzo e numerosi gioielli. La scoperta avvenne nel 1873.
La "maschera di Agamennone", "tesoro di Priamo",
Museo Archeologico Nazionale di Atene

Schlielmann non sapeva però che aveva oltrepassato lo strato propriamente "omerico" per raggiungere una città ancora più antica che gli archeologi in seguito denominarono "Troia II". A questa fase risale il cosiddetto "tesoro di Priamo", all'incirca tra il 2600 e il 2200 a.C. Dunque il tesoro apparteneva sicuramente a un principe o a un re molto potente ma che non si poteva identificare con Priamo. In ogni caso questo strato di "città bruciata" venne identificato con l'antica Ilios, città cantata da Omero. Lo scopritore di Troia morì prima di poter accedere alla prova definitiva che la città che aveva messo in luce era più antica di quella descritta da Omero. Fu l'archeologo Wilhelm Dörpfeld a riportare alla luce tra il 1893 e il 1894 lo strato più recente della città denominato "Troia VI", corrispondente all'agglomerato insediativo che ancora oggi è riconosciuto come la città descritta da Omero. In realtà la questione non è risolta perchè sono ancora tanti i dubbi e le domande che ci si pone sia sulla storicità della guerra di Troia, sia sulla reale corrispondenza di questa città con quella omerica. Una cosa è certa è esistita una città composta di nove strati e che ha avuto una continuità insediativa che va dal 3000-2600 a.C. all'età bizantina, che si tratti invece della città protagonista del poema omerico a noi piace pensare che sia così,

martedì 4 novembre 2014

La Villa dei Papiri

Ricostruzione virtuale della Villa
La Villa dei Papiri fu scoperta per caso nel 1750 durante gli scavi avviati dai Borboni per mettere in luce l'antica Ercolano, sepolta dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
L'evento fu fortuito perchè, mentre si procedeva al di sotto di uno strato di lava dell'eruzione del 1631, vennero fuori alcuni frammenti di marmo. Continuando nello scavo si giunse ad un'exedra circolare sopraelevata, ricoperta di un pavimento a intarsio di marmi policromi: si era arrivati al belvedere di una sontuosa villa di grandi dimensioni. In una galleria si seguì un lungo muro che altro non era che il muro di fondo di un ambulatio di un solarium, cioè di una lunga terrazza riparata a nord dal muro ed esposta a sud verso il mare e destinata forse alle passeggiate post prandium. Dalla lunga galleria si giunse ad alcuni ambienti che precedevano un immenso peristilio, circondato da colonne, al centro del quale era una grandiosa piscina. Fra gli intercolumni del peristilio, nella zona del giardino, al bordo della piscina, erano le statue che ora sono conservate nel Museo Nazionale di Napoli. Si arrivò poi al tablinum e in due punti diversi dell'ambiente si trovarono svariati papiri, in gran numero latini. In tutto furono trovati 850 rotoli. Gli scavatori borbonici non compresero subito che si trattava di papiri; a prima vista in effetti sembravano dei carboni. Con un occhio più attento compresero che non erano semplici carboni, avendo delle misure regolari, e all'inizio si pensò a involti di stoffa, a reti per caccia e pesca. Secondo una testimonianza antica, in seguito allo spezzarsi di uno di essi, si notarono delle lettere e si comprese si trattassero di testi scritti.
Da quel momento in poi iniziò la difficile operazione di svolgimento dei papiri.
Vennero mandati al Museo di Portici dove nacque l'Officina dei papiri ercolanensi.
Alcuni di essi vennero persi proprio durante i tentativi del loro svolgimento.
Dopo aver provato diverse tecniche, utilizzando il mercurio, l'acqua di rose, senza esito, si affidò il compito all'abate Antonio Piaggio, il quale ideò una famosa macchina con la quale sono stati svolti la maggior parte dei rotoli di papiro.
I papiri hanno restituito anche testi inediti come il "Sulla musica" di Filodemo e l'XI libro dell'opera fondamentale di Epicuro, "Della natura".
Il nucleo originario del patrimonio librario ercolanense si formò in Grecia e fu successivamente portato in Italia forse da Filodemo stesso in occasione del suo trasferimento a Roma e poi ad Ercolano. Ad esso poi si aggiunsero testi filodemei copiati su suolo italico.
A chi apparteneva questa sontuosa Villa ad Ercolano? Da momento che i testi restituiteci dalla biblioteca sono opere di Filodemo, filosofo epicureo, e la Villa è un edificio sontuoso, ricco di arredo non comune per quantità e qualità, doveva appartenere a un personaggio di ceto e censo elevati e poichè sappiamo da Filodemo stesso e da Cicerone che il filosofo di Gadara era amico e protetto da Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Giulio Cesare, si è supposto che la Villa appartenesse proprio alla famiglia dei Pisoni. Quest'ipotesi è ancora oggi quella più probabile e accettata da tutti.
La costruzione della Villa è datata tra il 60 e il 50 a.C.
Dopo la seconda metà del 1700 altri scavi furono effettuati nel 1980. Nel 1986 iniziarono le attività di scavo a cielo aperto. Venne riaperto un pozzo borbonico, il pozzo Veneruso, grazie al quale gli archeologi si trovarono in prossimità della cosiddetta "colonna gemina" in corrispondenza cioè del passaggio tra il grande giardino rettangolare e gli ambienti dei tablinum, ovvero le stanze in cui furono trovati i primi papiri. Il sopralluogo continuò anche nel pozzo "Ciceri 1" e si potè stabilire con certezza la planimetria della villa.
Planimetria di Weber
Si constatò che oltre il piano documentato dall'architetto Weber all'epoca borbonica vi era anche un altro piano che non era stato individuato dall'esplorazione settecentesca.

Villa dei Papiri oggi
Gli ambienti visibili oggi sono l'atrio, la basis villae, ed alcune stanze di un livello inferiore.
Una bellissima ricostruzione virtuale della magnifica Villa dei Papiri di Ercolano si può ammirare al M.A.V. di Ercolano, dove si può rivivere l'atmosfera e la magia di quella biblioteca in cui migliaia di anni fa studiosi da ogni dove venivano per consultare testi e per discutere di filosofia.

mercoledì 22 ottobre 2014

I quattro "stili pompeiani"

Non tutti sanno che, quando parliamo dei famosi "quattro stili pompeiani", ci riferiamo a una classificazione generale della pittura romana codificata dall'archeologo tedesco August Mau sulla base delle pitture giunte fino a noi dalle città della Campania sommerse sotto la cenere e il fango del Vesuvio. Infatti le particolari condizioni di conservazione di città come Pompei (da qui l'aggettivo "pompeiano") e Ercolano hanno reso possibile studiare l'evoluzione della pittura di Roma.
In realtà si usa il termine "stile" erroneamente perchè si parla piuttosto di schema decorativo.
Casa di Sallustio, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi")
Casa Sannitica, Ercolano
 (Tratto da "L'arte dell'antichità classica")
Il primo stile detto anche "strutturale o dell'incrostazione" si colloca dal II sec. a.C. alla prima metà del I sec. a.C., imita un rivestimento in lastre di marmo e le lastre erano imitate modellando dello stucco che veniva colorato. Si utilizzava sia in edifici pubblici che in abitazioni e in particolare nelle abitazioni modeste cosicchè si evitava l'utilizzo del marmo. Si trovano alcuni esempi a Pompei nella Basilica, nella Casa del Fauno e nella Casa di Sallustio; ad Ercolano nella Casa Sannitica. 
Casa dei Grifi, Palatino, Roma
(Foto tratta da "L'arte romana nel centro del potere")

Villa dei Misteri, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi")
Il secondo stile detto "dell'architettura in prospettiva" si colloca tra la seconda metà del I sec. a.C. e il I sec. d.C.. La pittura imita le architetture in modo realistico: troviamo parapetti, colonne, architravi e spesso uno zoccolo inferiore con una decorazione a incrostazione. Con un abile gioco di luci e ombre si creava un effetto illusionistico, in rilievo. A Roma troviamo questo stile nella casa dei Grifi sul Palatino; a Pompei è presente all'interno della Villa dei Misteri; ma forse l'esempio più ricco del secondo stile si trovava nella villa di Boscoreale che risale a dopo il 50 a.C. le cui pitture sono state smantellate e si trovano sparse in diversi musei.

Casa di Giulio Polibio, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi")
Il terso stile detto "ornamentale"si sovrappone al secondo stile e arriva fino all'epoca di Claudio (41-54 d.C.). C'è un'inversione di tendenza in quanto viene abbandonata la prospettiva architettonica e si lascia il posto a strutture piatte con campiture monocrome, scure, assimilabili a tendaggi o tappezzerie, al centro dei quali si collocano dei pannelli (pinakes) con raffigurazioni di diverso genere. Ne abbiamo un esempio nella Casa di Giulio Polibio e a Pompei.

Casa dei Vettii, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi")
Il quarto stile detto "dell'illusionismo prospettico" si colloca subito dopo il 60 d.C. perchè a Pompei lo ritroviamo utilizzato nella decorazione di diverse ville dopo il terremoto del 62 d.C. Si caratterizza per una grande ricchezza ma nulla di nuovo dal momento che riprende gli stili precedenti, dall'imitazione di lastre marmoree del primo stile, alle finte architetture del secondo stile agli elementi vegetali tipici del terzo stile. Gli esempi più importanti a Pompei li troviamo nella Casa dei Vettii e nella Casa dei Dioscuri.

Fonti:
- "Roma. L'arte romana nel centro del potere" di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Milano, 2007
- "L'arte dell'antichità classica. Etruria-Roma", di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli, Novara, 2008
- "Pompei. Guida agli scavi" di Pier Giovanni Guzzo e Antonio d'Ambrosio, Napoli, 2010

mercoledì 15 ottobre 2014

Colonne e capitelli

Con questo nuovo post voglio introdurre una nuova rubrica chiamata "Non tutti sanno che..." per rispolverare o insegnare a chi non ne ha mai avuto conoscenza, alcuni termini base dell'archeologia e della storia dell'arte.
Chi non ricorda a scuola quella confusione tra colonna, capitello, ordini e chi ne ha più ne metta? Ecco! Vorrei iniziare proprio chiarendo il significato di questi termini e il loro uso nell'antichità.
La colonna è un elemento architettonico che poteva essere in legno o pietra, era di forma cilindrica e veniva utilizzato negli edifici come supporto ad altri elementi.
Generalmente la colonna è formata da una base, un fusto e un capitello ma a seconda delle diverse epoche la sua struttura può variare.
Il capitello è la parte sommitale di una colonna, lesena o pilastro su cui poggia l'architrave dell'edificio e anch'esso presenta diverse tipologie sulla base degli ordini architettonici a cui appartiene.
Arriviamo dunque all'ordine architettonico. Si definisce ordine architettonico uno degli stili sviluppatesi nell'architettura greca e codificati successivamente dalla cultura architettonica, ognuno distinto da profili, proporzioni, dettagli caratteristici e generalmente riconoscibili dal tipo di colonna e di capitello, o meglio da tutto l'insieme degli elementi architettonici che vanno a costituire un sistema trilitico, quindi la colonna, il relativo capitello e la sovrastante trabeazione.
Dunque sia che parliamo di colonna dorica, ionica e corinzia sia che parliamo di capitello dorico, ionico e corinzio non facciamo nessun errore, bisogna però sapere che fanno parte di un ordine architettonico ovvero di un insieme di elementi che hanno determinate caratteristiche.

L'ordine dorico, come ci suggerisce il nome, ha un origine peloponnesiaca anche se si diffonde a partire dal VI sec. a.C.. La colonna è rastremata verso l'alto, presenta dalle 16 alle 20 scanalature che creano un effetto chiaroscuro e termina con un leggero rigonfiamento. Il capitello è formato dall'echino, si tratta di una specie di "cuscinetto rigonfio" che tende a una forma tronconica su cui poggia l'abaco che ha la forma di un prisma con base quadrata.

L'ordine ionico assorbe e rielabora motivi orientali. A differenza dell'ordine dorico la colonna ionica non poggia direttamente sul gradino ma presenta una base formata da due elementi, uno chiamato toro di forma convessa su cui poggia la scotia di forma concava. In Grecia abbiamo invece due tori con in mezzo la scotia. Sulla base si erge il fusto che ha proporzioni più snelle rispetto all'ordine dorico e le scanalature sono separate da listelli. Sul fusto poggia il capitello ionico caratterizzato da due volute, al centro di ogni voluta, chiamato "occhio", poteva esserci una decorazione.

L'ordine corinzio è caratterizzato soprattutto dalla decorazione del capitello costituito da foglie d'acanto e volute.

mercoledì 8 ottobre 2014

Atena/Minerva

Atena, secondo la mitologia greca, nacque per partenogenesi da Zeus che inghiottì Meti, patrona della saggezza e della sapienza.
Secondo i Pelasgi la dea Atena nacque presso il lago Tritonide in Libia, dove fu raccolta e nutrita da tre ninfe di quella regione che vestivano pelli di capra. Ancora fanciulla uccise accidentalmente la sua compagna di giochi Pallade, mentre erano impegnate in uno scherzo giocoso armata di lancia e scudo; in segno di lutto aggiunse al suo nome quello di Pallade.
Atena inventò il flauto, la tromba, il vaso di terracotta, l'aratro, il rastrello, il giogo per i buoi, la briglia per i cavalli, il cocchio e la nave. Fu la prima a insegnare la scienza dei numeri e tutte le arti femminili, come il cucinare, il filare e il tessere. Difatti nell'immaginario collettivo è la dea della tessitura, dell'artigianato, nonchè della sapienza, acquisita dalla madre.
Atena è anche la dea della guerra, essa non gode delle sanguinose battaglie come accade ad Ares e a Eris ma preferisce appianare le dispute e far rispettare la legge con mezzi pacifici. Quando invece è impegnata in una guerra non perde mai una battaglia sia pure contro lo stesso Ares perchè più esperta di lui nell'arte strategica
Molti dèi Titani o Giganti avrebbero volentieri sposare Atena ma essa si rifiutò. Durante la guerra troiana, non volendo chiedere le armi a Zeus che si era dichiarato neutrale, chiese a Efesto di fabbricarle un'armatura, Efesto si rifiutò di pagarla perchè dichiarò di prendere l'incarico per amore, Atena accettò non capendo la frase di Efesto. Quando si recò da lui egli cercò di farle violenza; si trattava in realtà di uno scherzo di Posidone che informò Efesto che Atena si stava recando da lui per fare l'amore. Quando Atena divincolò da Efesto questi eiaculò sulla sua coscia, un pò al di sopra del ginocchio. La dea si ripulì dello sperma con della lana che gettò via disgustata; la lana cadde al suolo presso Atene e fecondò la Madre Terra che passava di là. La Madre Terra rifiutò ogni responsabilità per l' educazione del bimbo nato e Atena allora lo prese sotto la sua protezione chiamandolo Erittonio. Per evitare che Posidone ridesse del suo scherzo riuscito, lo celò in un cesto e lo affidò ad Aglauro, figlia maggiore del re di Atene, Cecrope, raccomandandole di averne cura. Si dice che Erittonio fosse metà uomo e metà serpente come Cecrope.
La verginità di Atena era per gli Ateniesi il simbolo dell'espugnabilità della città e per questo che in un momento successivo per giustificare la presenza di un fanciullo-serpente che sbuca dall'egida di Atena nelle pitture arcaiche modificarono la nascita di Erittonio, facendo derivare il nome da erion che significa "lana" e da chtonos "terra".
Nell'iconografia classica Atena è rappresentata con elmo, egida e scudo.
Atena, Glyptothek, Munchen
Abbiamo una versione con il serpente che esce dall'egida: si tratta della cosiddetta "Atena Giustiniani", una copia romana di età antonina di un originale greco di fine V sec. e inizio IV sec. a.C.
Atena Giustiniani, Musei Vaticani
Un'altra famosa rappresentazione di Atena è la "Varvakeion Athena", ovvero una copia di II-III sec. d.C. dell'Atena Parthenos di Fidia che fu posta all'interno del Partenone nel 447 a.C.

Varvakeion Athena,
Museo Nazionale Archeologico di Atene





mercoledì 1 ottobre 2014

Domus e Insulae

Prendendo spunto dalla curiosità di una mia amica su come si presentava una casa al tempo degli antichi Romani ho pensato di parlarvi un pò delle abitazioni romane.
Come oggi il luogo, cuore della vita di tutti i giorni, è la casa, così era anche per i romani.
Da un punto di vista tipologico le case si suddividevano in due grandi categorie: le domus, ossia le case signorili, e le insulae, ovvero i caseggiati popolari, articolati in più piani e suddivisi in appartamenti.
Un primo mito da sfatare è che le case romane erano tutte grandi e belle come le immaginiamo oggi dai resti che ci sono pervenuti. In realtà se oggi disponiamo perlopiù dei resti di domus romane è perchè trattandosi di abitazioni di uomini ricchi questi potevano permettersi di utilizzare materiali resistenti e di qualità per la loro costruzione; lo stesso non possiamo dire per le insulae per le quali si utilizzavano materiali più deperibili, soprattutto il legno.   

Inizialmente le stanze erano disposte intorno all' atrium che costituiva il fulcro della residenza, il cuore della vita familiare. In seguito l'assetto della domus divenne più complesso e la centralità dell'atrio divenne meno accentuata.
Gli elementi ricorrenti erano un primo corridoio di ingresso, il vestibulum a cui ne seguiva un altro che immetteva nell'atrio (fauces).
L' atrium era caratterizzato da un ambiente solitamente quadrato, aperto, con al centro una vasca chiamata impluvium, all'interno della quale si raccoglieva l'acqua piovana e collegata sotto a una cisterna sotterranea, in modo tale da conservare l'acqua; un lato dava sul giardino, il peristilio, un ambiente circondato da portici e pieno di vegetazione.
Dal cortile si accedeva ai cubicula, ovvero le stanze da letto che erano piccole e buie, senza finestre; al tablinum, che inizialmente aveva la funzione di sala da pranzo, dove le famiglie consumavano i pasti ma in un momento successivo diventò una sala di ricevimento degli ospiti; al triclinum che comparve successivamente e sostituì la sala da pranzo, era il luogo in cui si svolgevano i banchetti alla maniera greca, sui triclinari, ovvero dei letti. Vi era poi la taberna, la moderna cucina.
Il peristilio era sicuramente il vero ambiente di rappresentanza dove i romani amavano ostentare la propria ricchezza arricchendolo di statue e fontane; ancora oggi a Ercolano e Pompei ne possiamo ammirare la bellezza. Il colore dominante delle pareti delle domus era il famoso "rosso pompeiano", altri colori utilizzati erano l'azzurro, il giallo, il verde. Sulle pareti venivano riprodotte scene di vita quotidiana, cibi che venivano consumati o immagini della famiglia che vi abitava. Inoltre si tendeva a rappresentare immagini legate alla funzione dell'ambiente in cui si trovavano per questo è stato possibile stabilire la funzione dei diversi ambienti. Gli ambienti di servizio come bagni, cucine o le stanze riservate alla servitù erano disposti in maniera non visibile agli ospiti ma comunque in una posizione da rendere possibili comunicazioni comode e veloci.

L' insula invece si articolava su più piani, il più delle volte l'ambiente a piano terra era costituito dalle botteghe di vario genere e di un soppalco per il deposito dei materiali e/o per l'alloggio degli artigiani più poveri. Generalmente i piani non erano meno di cinque, anche se da Augusto in poi si cercò di limitare l'altezza delle insulae imponendo delle misure standard; all'interno erano suddivise in più appartamenti che prendevano il nome di cenacula.
L'esterno di questi edifici popolari era decoroso, all'interno invece la situazione era caotica per la promiscuità d'uso degli spazi, spesso nello stesso ambiente si dormiva e si mangiava, e per l'assenza di alcuni servizi essenziali come i bagni. Nonostante i romani fossero dei bravi ingegneri idraulici e avessero dotato l'Urbe di acquedotti, nelle insulae, soprattutto negli appartamenti ai piani più alti, non arrivava l'acqua. Per i gabinetti utilizzavano quelli pubblici, le cosiddette latrine, di cui abbiamo alcuni esempi ad Ostia antica e di notte usavano dei vasi che i romani avevano l'abitudine di svuotare la mattina gettandone il contenuto dalla finestra.



mercoledì 24 settembre 2014

Ara Pacis Augustae

Dalle Res Gestae di Augusto, dai Fasti di Ovidio e dai calendari, sappiamo che il Senato decretò che venisse eretta un' ara nel Campo Marzio per celebrare le vittoriose campagne militari di Augusto in Spagna e in Gallia e dunque l'ottenuta Pax Augusta.
Il voto e la constitutio dell'altare ebbero luogo il 4 luglio del 13 a.C., mentre la dedicatio, a completamento dell'opera, fu celebrata il 30 gennaio del 9 a.C.
I primi resti dell' Ara Pacis vennero alla luce nel 1568 nelle fondazioni di un palazzo di fronte alla chiesa di S. Lorenzo in Via Lata (l'attuale Via del Corso), mentre gli scavi regolari vennero eseguiti nel 1903 e nel 1937-38, riuscendo a ricostruire gran parte dell'altare.
Il vero e proprio altare si trova all'interno di un recinto che è posto sopra un basso podio a cui si accede tramite una rampa di nove gradini; il recinto è di forma pressochè rettangolare e presenta due aperture sui lati brevi; vi sono poi sia all'interno che all'esterno quattro pilastri angolari e altrettanti presso le due aperture/porte che vanno a sostenere un architrave. La decorazione interna del recinto non ha alcuna connessione con quella esterna. All'interno troviamo, in alto ghirlande sorrette da teschi di bue, ovvero bucrani simbolici residui del sacrificio, e patere, recipienti rotondi in metallo usati nelle offerte per versare un liquido sull'altare; in basso abbiamo la riproduzione in marmo di una staccionata di tavole; i due fregi sono separati da una fascia a palmette e fiori di loto eretti.















All'esterno il recinto presenta una decorazione che a sua volta è costituita da elementi indipendenti dal punto di vista strutturale. La decorazione si divide in due fregi: quello in alto figurato e quello in basso con girali d'acanto, separati da una fascia a meandro.
Il fregio figurato si divide in due parti ben distinte: i quattro pannelli presso le porte rappresentano scene mitiche e allegoriche, mentre i due fregi sui lati lunghi rappresentano una scena di processione-assemblea che va intesa come unitaria.
Per quanto riguarda i due pannelli presso la porta principale rappresentano, a sinistra una scena di Lupercale, ove vi è presentato il mito delle origini di Roma: Marte armato, padre dei gemelli, e il pastore Faustolo che assistono presso il ficus Ruminalis all'allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa.
Nel pannello di destra vi è raffigurato il sacrificio di Enea agli dei Penati.
Sull'altro lato breve abbiamo sul pannello di sinistra, integro, la personificazione della "Saturnia Tellus"; si tratta di una figura allegorica che potrebbe rappresentare Venere genitrice o di una personificazione dell'Italia o ancora della Pax, volendo rimandare all'immagine della pace che governa sull'Italia. Nel pannello di destra invece abbiamo la personificazione di Roma in veste di amazzone seduta su una catasta di armi.
Sui lati lunghi, come abbiamo accennato, vi è rappresentata una processione che potremmo dividere in due parti, una ufficiale con i sacerdoti e una semi-ufficiale con i membri della famiglia di Augusto.
La processione dovrebbe iniziare sul lato meridionale, che è il più importante perchè si rivolge verso la città; vi dovrebbero essere rappresentati i dodici littori, poi seguivano i togati in cui vanno riconosciuti i pontefici e tra questi al centro Augusto pontifex maximus e infine chiudevano quattro personaggi con il tipico copricapo apicato (il galerus). A questo punto si chiude la processione ufficiale e inizia quella della famiglia imperiale con un netto stacco. Si tratta ovviamente di ricostruzioni perchè non ci sono giunti integri i fregi e soprattutto sull'identificazione dei personaggi della famiglia di Augusto vi sono ancora dubbi.
C'è da dire che sicuramente non si tratta della rappresentazione realistica della processione ma semplicemente di una raffigurazione ideale della situazione "politica" della dinastia in quei quattro anni cruciali tra il 13 e il 9 a.C., in rapporto a problemi di successione.   
Dell' altare vero e proprio vi rimangono pochi resti, un fregio con personificazioni, forse di province, in basso e un fregio con processione di vestali e di vittimarii in alto ed un pulvino di coronamento con girali e protomi leonine.
Nel complesso l' Ara Pacis è un monumento imponente pieno di significati allegorici e simboli, dal punto di vista artistico racchiude il carattere bipolare dell'arte romana imperiale, da un lato ritorno al classicismo dall'altro elementi di ambiente italico-romano.