In occasione della fine dell'anno ho pensato di fare un ripasso o meglio capirci qualcosa di più sul nostro calendario, in particolare soffermandomi sulle sue origini e sul suo cambiamento nel corso del tempo.
Il calendario che seguiamo attualmente è quello cosiddetto "gregoriano" che prende il nome da Papa Gregorio XIII il quale attuò una riforma, su suggerimento di una Commissione, sul preesistente calendario "giuliano".
Prima di giungere al calendario adottato oggi vorrei proporvi un breve excursus sui calendari delle diverse civiltà.
Nelle regioni della Babilonia e dell'Assiria nella prima metà del II millennio a.C. fu imposto un unico calendario lunare, basato su un anno di 12 mesi, di 29 o 30 giorni che iniziavano la sera; tra le antiche feste mensili del novilunio e plenilunio si inseriva anche un sacrificio nel giorno 7°, dando origine così alla settimana.
Nell'Antico Egitto il giorno era diviso in 24 ore, il mese in 30 giorni e l'anno in 365 giorni. All'anno così composto si aggiungevano 5 giorni non inseriti nei mesi. Le stagioni erano tre: quella dell'inondazione, quella dell'uscita della terra dalle acque e quella della raccolta.
In Grecia l'anno constava di 12 mesi lunari alternativamente di 29 o 30 giorni; per ovviare all'inconveniente di un anno di 354 giorni si escogitò l'introduzione di un mese supplementare che veniva aggiunto con criteri diversi dalle varie poleis elleniche.
Il problema comune di questi calendari è quello dello "scollamento" fra anno solare e anno civile, perchè il secondo non può essere esattamente uguale al primo che misura 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi.
Nell'Antica Roma, ai tempi di Romolo, sembra che l'anno civile fosse di 304 giorni, diviso in 10 mesi, dei quali, 6 di 30 giorni e 4 di 31. I nomi dei mesi erano quelli attuali ad eccezione di gennaio e febbraio che non esistevano perchè l'anno si faceva partire dal mese di marzo. Il mese di luglio era chiamato Quintilis, cioè "quinto mese", cambiato successivamente in Julius in onore di Giulio Cesare. Così anche per il mese di agosto chiamato inizialmente Sextilis, cioè "sesto mese", cambiato poi in Augustus, a motivo del fatto che in quel mese riportò tre vittorie e mise fine alle guerre civili. I nomi dei mesi successivi è evidente che erano così chiamati essendo il settimo, l'ottavo, il nono e il decimo mese dell'anno.
Riguardo il fatto che mancavano in questo calendario gennaio e febbraio si ipotizzava che i Romani avessero ereditato quel calendario da una popolazione indoeuropea che abitava in quale luogo presso il Polo Nord dove in quei due mesi dell'anno vi era totale mancanza di luce. Quando questo popolo migrò al Sud dovette adeguare il calendario così come fecero i Romani aggiungendovi due mesi. Secondo la leggenda fu Numa Pompilio ad aggiungere i due mesi e a portare l'anno a 355 giorni.
Tuttavia la differenza di circa dieci giorni e mezzo fra l'anno solare e quello di Numa Pompilio provocò in breve tempo un distacco tra l'andamento delle stagioni e quello dell'anno civile, Per ovviare a questo inconveniente si tentò di aggiungere ogni due anno un tredicesimo mese che avrebbe dovuto essere alternativamente di 22 o 23 giorni, ma anche questa soluzione sembra non risolse il problema.
Fu Giulio Cesare nel 46 a.C. ad attuare una riforma del calendario, forse dietro suggerimento dell'astronomo Sosigene; stabilì che la durata dell'anno fosse di 365 giorni e che ogni quattro anni si sarebbe dovuto intercalare un giorno complementare. L'anno di 366 giorni fu detto "bisestile" e il giorno complementare doveva cadere sei giorni prima delle calende di marzo. In questo modo si attuò il cosiddetto calendario "giuliano" di 365 giorni diviso in 12 giorni alternativamente di 30 o 31 giorni, ogni quattro anni febbraio era di 29 giorni e i mesi di gennaio e febbraio da ultimi divennero i primi due mesi dell'anno.
Anche questo calendario portò degli errori facendo cadere l'anno bisestile ogni tre anni invece che quattro costringendo successivamente a rimettere a posto le cose.
Infine nel 1582 Papa Gregorio XII attuò una nuova riforma, da qui il nome di calendario "gregoriano". Con tale riforma si stabilì che dovessero essere comuni (anziché bisestili) quegli anni secolari che non fossero divisibili per 400. Quindi, in definitiva, rimangono bisestili tutti gli anni non terminanti con due zeri e divisibili per 4, e quegli anni terminanti con due zeri ma divisibili per 400. Dalla data della riforma a oggi, dunque, fu bisestile l'anno 1600, non lo furono gli anni secolari 1700, 1800 e 1900, mentre lo è il 2000. La differenza fra il calendario gregoriano e quello giuliano è che il primo conta solo 97 anni bisestili nel corso di 400 anni, anziché 100 anni bisestili, come invece fa il secondo. Ciò significa anche che ogni 400 anni vi sono 97 giorni che si aggiungono ai 365 di ogni anno comune; e siccome 97 giorni equivalgono a 97 x 24 x 60 x 60 = 8.380.800 secondi, dividendo questa cifra per 400 abbiamo una media annua di 20.952 secondi, equivalenti a 5 ore, 49 minuti primi e 12 secondi. Quindi l'anno civile medio risulta di 365 giorni, 5 ore, 49 minuti e 12 secondi, con una differenza per eccesso di soli 26-27 secondi da quello solare. Ciò comporta la differenza di un giorno dopo circa 30 secoli, o meglio, di tre giorni ogni 10000 anni.
Al di là di tutti questi conti, ancora una volta possiamo dire che per secoli un sistema adottato dai Romani sopravvive oggi seppure con qualche piccola differenza.
Fonti:
- Enciclopedia Italiana Treccani
martedì 30 dicembre 2014
lunedì 1 dicembre 2014
BASTA LAVORO GRATIS
Anche se sul mio blog non parlo di questioni politiche e afferenti, vorrei spendere comunque qualche parola sulla manifestazione (una delle tante) che lo scorso 29 novembre è stata fatta a Roma occupando simbolicamente il Pantheon. Il nocciolo della protesta è lo stesso da anni, poco lavoro e spesso gratuito, in un Paese in cui vige il volontariato in questo settore.
Ebbene è possibile che in un Paese come l'Italia, che è la nazione che detiene il maggior numero di siti definiti "patrimonio dell'umanità", per non parlare di tantissimi altri siti minori sparsi per il nostro stivale, la professione di archeologo, storico dell'arte o restauratore non è svolta in maniera adeguata? é possibile che la maggior parte di chi "lavora" nei siti archeologici è un volontario e spesso neanche con la qualifica specifica per il lavoro che svolge? Invece si! Nel 2014 in Italia tutto ciò è possibile!
Intanto da alcuni anni chi sale al potere promette di dare posti di lavoro, di riconoscere la professione, di puntare l'economia italiana sul turismo culturale, eppure ad oggi i risultati sono scarsi.
Si fanno concorsi per un lavoro di 12 mesi, definito "tirocinio"; Franceschini ha firmato un protocollo d'intesa per l'impiego di 2000 VOLONTARI di Servizio Civile Nazionale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, in sostanza 12 mesi di Servizio Civile con uno stipendio di circa 400 euro al mese per 12 mesi, di solito previsto per il Servizio Civile http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1316503507.html.
Certo, come si dice "la speranza è l'ultima a morire", ma di vivere di speranza e solo di sogni non se ne può più, abbiamo bisogno di atti concreti e serietà e non prese in giro!
BASTA LAVORO GRATIS questo è stato lo slogan della manifestazione del 29 novembre scorso, riporto di seguito tg e testate giornalistiche che ne hanno parlato:
Archeologi in piazza TG Rai 1
Corriere della sera Tv
Il manifesto
La Repubblica
Ebbene è possibile che in un Paese come l'Italia, che è la nazione che detiene il maggior numero di siti definiti "patrimonio dell'umanità", per non parlare di tantissimi altri siti minori sparsi per il nostro stivale, la professione di archeologo, storico dell'arte o restauratore non è svolta in maniera adeguata? é possibile che la maggior parte di chi "lavora" nei siti archeologici è un volontario e spesso neanche con la qualifica specifica per il lavoro che svolge? Invece si! Nel 2014 in Italia tutto ciò è possibile!
Intanto da alcuni anni chi sale al potere promette di dare posti di lavoro, di riconoscere la professione, di puntare l'economia italiana sul turismo culturale, eppure ad oggi i risultati sono scarsi.
Si fanno concorsi per un lavoro di 12 mesi, definito "tirocinio"; Franceschini ha firmato un protocollo d'intesa per l'impiego di 2000 VOLONTARI di Servizio Civile Nazionale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, in sostanza 12 mesi di Servizio Civile con uno stipendio di circa 400 euro al mese per 12 mesi, di solito previsto per il Servizio Civile http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1316503507.html.
Certo, come si dice "la speranza è l'ultima a morire", ma di vivere di speranza e solo di sogni non se ne può più, abbiamo bisogno di atti concreti e serietà e non prese in giro!
BASTA LAVORO GRATIS questo è stato lo slogan della manifestazione del 29 novembre scorso, riporto di seguito tg e testate giornalistiche che ne hanno parlato:
Archeologi in piazza TG Rai 1
Corriere della sera Tv
Il manifesto
La Repubblica
giovedì 20 novembre 2014
La città di Troia o Ilios
Vi ricordate la celebre leggenda di Troia che per secoli ha arrovellato le menti di tanti studiosi e ancora oggi desta fascino e mistero? A tal proposito vorrei parlarvi di un'altra grande scoperta di tutti i tempi: la scoperta della città di Troia o di Ilios, in greco.
I primi scavi vennero condotti da uno studioso francese, Jean Baptiste Lechevalier, che, nel 1785, Iliade alla mano, aveva attraversato la Troade identificando le Kirk Goz, le "quaranta fonti" presso Pinarbashi, con le sorgenti calda e fredda dello Scamandro, descritte nel poema.
Nel 1864 il tedesco Johann Georg von Hahn volle verificare la tesi di Lechevalier e sulla collina trovò i resti di un antico insediamento. A questo punto venne data per certa l'identificazione ma Schliemann non era veramente convinto e anzi voleva provare l'infondatezza dell'identificazione.
Sembra però che non intuì da subito che Troia potesse trovarsi sulla collinetta di Hissarlik e che fu il console britannico Frank Calvert, grande conoscitore della Troade, dal momento che la sua famiglia da tempo risiedeva in quella zona, che gli indicò la collinetta.
Il console così avvio degli scavi che gli consentirono di portare alla luce parti del tempio di Atena e settori delle mura di fortificazione di Troia VI, che risalivano alla media età del Bronzo. Calvert si rese conto, inoltre, che la collina di Hissarlik era composta da una serie di strati sovrapposti appartenenti a diverse epoche dell'insediamento.
Schlielmann, sollecitato dal collega britannico, decise di intraprendere le prime esplorazioni che furono condotte tra il 1870 e il 1873. Schlielmann era convinto che la città di Priamo si trovasse nello strato più basso della collina e che quindi doveva arrivare al terreno vergine. Così scavò, nel 1871, un enorme trincea larga quattro metri e ogni giorno sempre più profonda. Dopo due mesi di scavi ormai pensò di aver sbagliato, che la città non si trovasse lì, ma decise comunque di continuare le operazioni di scavo. Soltanto nell'anno successivo Schlielmann raggiunse le imponenti mura che identificò con quelle della città descritta da Omero. A poco a poco emersero, oltre le mura, anche i resti delle porte, delle strade che fecero da scenario alle gesta di Ettore e Paride. Ecco che giunse a una scoperta eccezionale, una delle più citate nel mondo dell'archeologia: nei pressi della cosiddetta "casa di Priamo", venne alla luce un tesoro inestimabile composto da recipienti in oro, argento e bronzo e numerosi gioielli. La scoperta avvenne nel 1873.
Schlielmann non sapeva però che aveva oltrepassato lo strato propriamente "omerico" per raggiungere una città ancora più antica che gli archeologi in seguito denominarono "Troia II". A questa fase risale il cosiddetto "tesoro di Priamo", all'incirca tra il 2600 e il 2200 a.C. Dunque il tesoro apparteneva sicuramente a un principe o a un re molto potente ma che non si poteva identificare con Priamo. In ogni caso questo strato di "città bruciata" venne identificato con l'antica Ilios, città cantata da Omero. Lo scopritore di Troia morì prima di poter accedere alla prova definitiva che la città che aveva messo in luce era più antica di quella descritta da Omero. Fu l'archeologo Wilhelm Dörpfeld a riportare alla luce tra il 1893 e il 1894 lo strato più recente della città denominato "Troia VI", corrispondente all'agglomerato insediativo che ancora oggi è riconosciuto come la città descritta da Omero. In realtà la questione non è risolta perchè sono ancora tanti i dubbi e le domande che ci si pone sia sulla storicità della guerra di Troia, sia sulla reale corrispondenza di questa città con quella omerica. Una cosa è certa è esistita una città composta di nove strati e che ha avuto una continuità insediativa che va dal 3000-2600 a.C. all'età bizantina, che si tratti invece della città protagonista del poema omerico a noi piace pensare che sia così,
I primi scavi vennero condotti da uno studioso francese, Jean Baptiste Lechevalier, che, nel 1785, Iliade alla mano, aveva attraversato la Troade identificando le Kirk Goz, le "quaranta fonti" presso Pinarbashi, con le sorgenti calda e fredda dello Scamandro, descritte nel poema.
Nel 1864 il tedesco Johann Georg von Hahn volle verificare la tesi di Lechevalier e sulla collina trovò i resti di un antico insediamento. A questo punto venne data per certa l'identificazione ma Schliemann non era veramente convinto e anzi voleva provare l'infondatezza dell'identificazione.
Sembra però che non intuì da subito che Troia potesse trovarsi sulla collinetta di Hissarlik e che fu il console britannico Frank Calvert, grande conoscitore della Troade, dal momento che la sua famiglia da tempo risiedeva in quella zona, che gli indicò la collinetta.
Il console così avvio degli scavi che gli consentirono di portare alla luce parti del tempio di Atena e settori delle mura di fortificazione di Troia VI, che risalivano alla media età del Bronzo. Calvert si rese conto, inoltre, che la collina di Hissarlik era composta da una serie di strati sovrapposti appartenenti a diverse epoche dell'insediamento.
![]() |
| La città di Troia |
Schlielmann, sollecitato dal collega britannico, decise di intraprendere le prime esplorazioni che furono condotte tra il 1870 e il 1873. Schlielmann era convinto che la città di Priamo si trovasse nello strato più basso della collina e che quindi doveva arrivare al terreno vergine. Così scavò, nel 1871, un enorme trincea larga quattro metri e ogni giorno sempre più profonda. Dopo due mesi di scavi ormai pensò di aver sbagliato, che la città non si trovasse lì, ma decise comunque di continuare le operazioni di scavo. Soltanto nell'anno successivo Schlielmann raggiunse le imponenti mura che identificò con quelle della città descritta da Omero. A poco a poco emersero, oltre le mura, anche i resti delle porte, delle strade che fecero da scenario alle gesta di Ettore e Paride. Ecco che giunse a una scoperta eccezionale, una delle più citate nel mondo dell'archeologia: nei pressi della cosiddetta "casa di Priamo", venne alla luce un tesoro inestimabile composto da recipienti in oro, argento e bronzo e numerosi gioielli. La scoperta avvenne nel 1873.
| La "maschera di Agamennone", "tesoro di Priamo", Museo Archeologico Nazionale di Atene |
Schlielmann non sapeva però che aveva oltrepassato lo strato propriamente "omerico" per raggiungere una città ancora più antica che gli archeologi in seguito denominarono "Troia II". A questa fase risale il cosiddetto "tesoro di Priamo", all'incirca tra il 2600 e il 2200 a.C. Dunque il tesoro apparteneva sicuramente a un principe o a un re molto potente ma che non si poteva identificare con Priamo. In ogni caso questo strato di "città bruciata" venne identificato con l'antica Ilios, città cantata da Omero. Lo scopritore di Troia morì prima di poter accedere alla prova definitiva che la città che aveva messo in luce era più antica di quella descritta da Omero. Fu l'archeologo Wilhelm Dörpfeld a riportare alla luce tra il 1893 e il 1894 lo strato più recente della città denominato "Troia VI", corrispondente all'agglomerato insediativo che ancora oggi è riconosciuto come la città descritta da Omero. In realtà la questione non è risolta perchè sono ancora tanti i dubbi e le domande che ci si pone sia sulla storicità della guerra di Troia, sia sulla reale corrispondenza di questa città con quella omerica. Una cosa è certa è esistita una città composta di nove strati e che ha avuto una continuità insediativa che va dal 3000-2600 a.C. all'età bizantina, che si tratti invece della città protagonista del poema omerico a noi piace pensare che sia così,
martedì 4 novembre 2014
La Villa dei Papiri
![]() |
| Ricostruzione virtuale della Villa |
L'evento fu fortuito perchè, mentre si procedeva al di sotto di uno strato di lava dell'eruzione del 1631, vennero fuori alcuni frammenti di marmo. Continuando nello scavo si giunse ad un'exedra circolare sopraelevata, ricoperta di un pavimento a intarsio di marmi policromi: si era arrivati al belvedere di una sontuosa villa di grandi dimensioni. In una galleria si seguì un lungo muro che altro non era che il muro di fondo di un ambulatio di un solarium, cioè di una lunga terrazza riparata a nord dal muro ed esposta a sud verso il mare e destinata forse alle passeggiate post prandium. Dalla lunga galleria si giunse ad alcuni ambienti che precedevano un immenso peristilio, circondato da colonne, al centro del quale era una grandiosa piscina. Fra gli intercolumni del peristilio, nella zona del giardino, al bordo della piscina, erano le statue che ora sono conservate nel Museo Nazionale di Napoli. Si arrivò poi al tablinum e in due punti diversi dell'ambiente si trovarono svariati papiri, in gran numero latini. In tutto furono trovati 850 rotoli. Gli scavatori borbonici non compresero subito che si trattava di papiri; a prima vista in effetti sembravano dei carboni. Con un occhio più attento compresero che non erano semplici carboni, avendo delle misure regolari, e all'inizio si pensò a involti di stoffa, a reti per caccia e pesca. Secondo una testimonianza antica, in seguito allo spezzarsi di uno di essi, si notarono delle lettere e si comprese si trattassero di testi scritti.
Da quel momento in poi iniziò la difficile operazione di svolgimento dei papiri.
Vennero mandati al Museo di Portici dove nacque l'Officina dei papiri ercolanensi.
Alcuni di essi vennero persi proprio durante i tentativi del loro svolgimento.
Dopo aver provato diverse tecniche, utilizzando il mercurio, l'acqua di rose, senza esito, si affidò il compito all'abate Antonio Piaggio, il quale ideò una famosa macchina con la quale sono stati svolti la maggior parte dei rotoli di papiro.
I papiri hanno restituito anche testi inediti come il "Sulla musica" di Filodemo e l'XI libro dell'opera fondamentale di Epicuro, "Della natura".
Il nucleo originario del patrimonio librario ercolanense si formò in Grecia e fu successivamente portato in Italia forse da Filodemo stesso in occasione del suo trasferimento a Roma e poi ad Ercolano. Ad esso poi si aggiunsero testi filodemei copiati su suolo italico.
A chi apparteneva questa sontuosa Villa ad Ercolano? Da momento che i testi restituiteci dalla biblioteca sono opere di Filodemo, filosofo epicureo, e la Villa è un edificio sontuoso, ricco di arredo non comune per quantità e qualità, doveva appartenere a un personaggio di ceto e censo elevati e poichè sappiamo da Filodemo stesso e da Cicerone che il filosofo di Gadara era amico e protetto da Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Giulio Cesare, si è supposto che la Villa appartenesse proprio alla famiglia dei Pisoni. Quest'ipotesi è ancora oggi quella più probabile e accettata da tutti.
La costruzione della Villa è datata tra il 60 e il 50 a.C.
Dopo la seconda metà del 1700 altri scavi furono effettuati nel 1980. Nel 1986 iniziarono le attività di scavo a cielo aperto. Venne riaperto un pozzo borbonico, il pozzo Veneruso, grazie al quale gli archeologi si trovarono in prossimità della cosiddetta "colonna gemina" in corrispondenza cioè del passaggio tra il grande giardino rettangolare e gli ambienti dei tablinum, ovvero le stanze in cui furono trovati i primi papiri. Il sopralluogo continuò anche nel pozzo "Ciceri 1" e si potè stabilire con certezza la planimetria della villa.
![]() |
| Planimetria di Weber |
![]() |
| Villa dei Papiri oggi |
Una bellissima ricostruzione virtuale della magnifica Villa dei Papiri di Ercolano si può ammirare al M.A.V. di Ercolano, dove si può rivivere l'atmosfera e la magia di quella biblioteca in cui migliaia di anni fa studiosi da ogni dove venivano per consultare testi e per discutere di filosofia.
mercoledì 22 ottobre 2014
I quattro "stili pompeiani"
Non tutti sanno che, quando parliamo dei famosi "quattro stili pompeiani", ci riferiamo a una classificazione generale della pittura romana codificata dall'archeologo tedesco August Mau sulla base delle pitture giunte fino a noi dalle città della Campania sommerse sotto la cenere e il fango del Vesuvio. Infatti le particolari condizioni di conservazione di città come Pompei (da qui l'aggettivo "pompeiano") e Ercolano hanno reso possibile studiare l'evoluzione della pittura di Roma.
Il primo stile detto anche "strutturale o dell'incrostazione" si colloca dal II sec. a.C. alla prima metà del I sec. a.C., imita un rivestimento in lastre di marmo e le lastre erano imitate modellando dello stucco che veniva colorato. Si utilizzava sia in edifici pubblici che in abitazioni e in particolare nelle abitazioni modeste cosicchè si evitava l'utilizzo del marmo. Si trovano alcuni esempi a Pompei nella Basilica, nella Casa del Fauno e nella Casa di Sallustio; ad Ercolano nella Casa Sannitica.
Il secondo stile detto "dell'architettura in prospettiva" si colloca tra la seconda metà del I sec. a.C. e il I sec. d.C.. La pittura imita le architetture in modo realistico: troviamo parapetti, colonne, architravi e spesso uno zoccolo inferiore con una decorazione a incrostazione. Con un abile gioco di luci e ombre si creava un effetto illusionistico, in rilievo. A Roma troviamo questo stile nella casa dei Grifi sul Palatino; a Pompei è presente all'interno della Villa dei Misteri; ma forse l'esempio più ricco del secondo stile si trovava nella villa di Boscoreale che risale a dopo il 50 a.C. le cui pitture sono state smantellate e si trovano sparse in diversi musei.
Il terso stile detto "ornamentale"si sovrappone al secondo stile e arriva fino all'epoca di Claudio (41-54 d.C.). C'è un'inversione di tendenza in quanto viene abbandonata la prospettiva architettonica e si lascia il posto a strutture piatte con campiture monocrome, scure, assimilabili a tendaggi o tappezzerie, al centro dei quali si collocano dei pannelli (pinakes) con raffigurazioni di diverso genere. Ne abbiamo un esempio nella Casa di Giulio Polibio e a Pompei.
Il quarto stile detto "dell'illusionismo prospettico" si colloca subito dopo il 60 d.C. perchè a Pompei lo ritroviamo utilizzato nella decorazione di diverse ville dopo il terremoto del 62 d.C. Si caratterizza per una grande ricchezza ma nulla di nuovo dal momento che riprende gli stili precedenti, dall'imitazione di lastre marmoree del primo stile, alle finte architetture del secondo stile agli elementi vegetali tipici del terzo stile. Gli esempi più importanti a Pompei li troviamo nella Casa dei Vettii e nella Casa dei Dioscuri.
Fonti:
- "Roma. L'arte romana nel centro del potere" di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Milano, 2007
- "L'arte dell'antichità classica. Etruria-Roma", di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli, Novara, 2008
- "Pompei. Guida agli scavi" di Pier Giovanni Guzzo e Antonio d'Ambrosio, Napoli, 2010
In realtà si usa il termine "stile" erroneamente perchè si parla piuttosto di schema decorativo.
![]() |
| Casa di Sallustio, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi") |
![]() |
| Casa Sannitica, Ercolano (Tratto da "L'arte dell'antichità classica") |
![]() |
| Casa dei Grifi, Palatino, Roma (Foto tratta da "L'arte romana nel centro del potere") |
![]() |
| Villa dei Misteri, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi") |
![]() |
| Casa di Giulio Polibio, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi") |
![]() |
| Casa dei Vettii, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi") |
Fonti:
- "Roma. L'arte romana nel centro del potere" di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Milano, 2007
- "L'arte dell'antichità classica. Etruria-Roma", di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli, Novara, 2008
- "Pompei. Guida agli scavi" di Pier Giovanni Guzzo e Antonio d'Ambrosio, Napoli, 2010
mercoledì 15 ottobre 2014
Colonne e capitelli
Con questo nuovo post voglio introdurre una nuova rubrica chiamata "Non tutti sanno che..." per rispolverare o insegnare a chi non ne ha mai avuto conoscenza, alcuni termini base dell'archeologia e della storia dell'arte.
Chi non ricorda a scuola quella confusione tra colonna, capitello, ordini e chi ne ha più ne metta? Ecco! Vorrei iniziare proprio chiarendo il significato di questi termini e il loro uso nell'antichità.
La colonna è un elemento architettonico che poteva essere in legno o pietra, era di forma cilindrica e veniva utilizzato negli edifici come supporto ad altri elementi.
Generalmente la colonna è formata da una base, un fusto e un capitello ma a seconda delle diverse epoche la sua struttura può variare.
Il capitello è la parte sommitale di una colonna, lesena o pilastro su cui poggia l'architrave dell'edificio e anch'esso presenta diverse tipologie sulla base degli ordini architettonici a cui appartiene.
Arriviamo dunque all'ordine architettonico. Si definisce ordine architettonico uno degli stili sviluppatesi nell'architettura greca e codificati successivamente dalla cultura architettonica, ognuno distinto da profili, proporzioni, dettagli caratteristici e generalmente riconoscibili dal tipo di colonna e di capitello, o meglio da tutto l'insieme degli elementi architettonici che vanno a costituire un sistema trilitico, quindi la colonna, il relativo capitello e la sovrastante trabeazione.
Dunque sia che parliamo di colonna dorica, ionica e corinzia sia che parliamo di capitello dorico, ionico e corinzio non facciamo nessun errore, bisogna però sapere che fanno parte di un ordine architettonico ovvero di un insieme di elementi che hanno determinate caratteristiche.
L'ordine dorico, come ci suggerisce il nome, ha un origine peloponnesiaca anche se si diffonde a partire dal VI sec. a.C.. La colonna è rastremata verso l'alto, presenta dalle 16 alle 20 scanalature che creano un effetto chiaroscuro e termina con un leggero rigonfiamento. Il capitello è formato dall'echino, si tratta di una specie di "cuscinetto rigonfio" che tende a una forma tronconica su cui poggia l'abaco che ha la forma di un prisma con base quadrata.
L'ordine ionico assorbe e rielabora motivi orientali. A differenza dell'ordine dorico la colonna ionica non poggia direttamente sul gradino ma presenta una base formata da due elementi, uno chiamato toro di forma convessa su cui poggia la scotia di forma concava. In Grecia abbiamo invece due tori con in mezzo la scotia. Sulla base si erge il fusto che ha proporzioni più snelle rispetto all'ordine dorico e le scanalature sono separate da listelli. Sul fusto poggia il capitello ionico caratterizzato da due volute, al centro di ogni voluta, chiamato "occhio", poteva esserci una decorazione.
L'ordine corinzio è caratterizzato soprattutto dalla decorazione del capitello costituito da foglie d'acanto e volute.
Chi non ricorda a scuola quella confusione tra colonna, capitello, ordini e chi ne ha più ne metta? Ecco! Vorrei iniziare proprio chiarendo il significato di questi termini e il loro uso nell'antichità.
La colonna è un elemento architettonico che poteva essere in legno o pietra, era di forma cilindrica e veniva utilizzato negli edifici come supporto ad altri elementi.
Generalmente la colonna è formata da una base, un fusto e un capitello ma a seconda delle diverse epoche la sua struttura può variare.
Il capitello è la parte sommitale di una colonna, lesena o pilastro su cui poggia l'architrave dell'edificio e anch'esso presenta diverse tipologie sulla base degli ordini architettonici a cui appartiene.
Arriviamo dunque all'ordine architettonico. Si definisce ordine architettonico uno degli stili sviluppatesi nell'architettura greca e codificati successivamente dalla cultura architettonica, ognuno distinto da profili, proporzioni, dettagli caratteristici e generalmente riconoscibili dal tipo di colonna e di capitello, o meglio da tutto l'insieme degli elementi architettonici che vanno a costituire un sistema trilitico, quindi la colonna, il relativo capitello e la sovrastante trabeazione.
Dunque sia che parliamo di colonna dorica, ionica e corinzia sia che parliamo di capitello dorico, ionico e corinzio non facciamo nessun errore, bisogna però sapere che fanno parte di un ordine architettonico ovvero di un insieme di elementi che hanno determinate caratteristiche.
L'ordine dorico, come ci suggerisce il nome, ha un origine peloponnesiaca anche se si diffonde a partire dal VI sec. a.C.. La colonna è rastremata verso l'alto, presenta dalle 16 alle 20 scanalature che creano un effetto chiaroscuro e termina con un leggero rigonfiamento. Il capitello è formato dall'echino, si tratta di una specie di "cuscinetto rigonfio" che tende a una forma tronconica su cui poggia l'abaco che ha la forma di un prisma con base quadrata.
L'ordine ionico assorbe e rielabora motivi orientali. A differenza dell'ordine dorico la colonna ionica non poggia direttamente sul gradino ma presenta una base formata da due elementi, uno chiamato toro di forma convessa su cui poggia la scotia di forma concava. In Grecia abbiamo invece due tori con in mezzo la scotia. Sulla base si erge il fusto che ha proporzioni più snelle rispetto all'ordine dorico e le scanalature sono separate da listelli. Sul fusto poggia il capitello ionico caratterizzato da due volute, al centro di ogni voluta, chiamato "occhio", poteva esserci una decorazione.
L'ordine corinzio è caratterizzato soprattutto dalla decorazione del capitello costituito da foglie d'acanto e volute.
mercoledì 8 ottobre 2014
Atena/Minerva
Atena, secondo la mitologia greca, nacque per partenogenesi da Zeus che inghiottì Meti, patrona della saggezza e della sapienza.
Secondo i Pelasgi la dea Atena nacque presso il lago Tritonide in Libia, dove fu raccolta e nutrita da tre ninfe di quella regione che vestivano pelli di capra. Ancora fanciulla uccise accidentalmente la sua compagna di giochi Pallade, mentre erano impegnate in uno scherzo giocoso armata di lancia e scudo; in segno di lutto aggiunse al suo nome quello di Pallade.
Atena inventò il flauto, la tromba, il vaso di terracotta, l'aratro, il rastrello, il giogo per i buoi, la briglia per i cavalli, il cocchio e la nave. Fu la prima a insegnare la scienza dei numeri e tutte le arti femminili, come il cucinare, il filare e il tessere. Difatti nell'immaginario collettivo è la dea della tessitura, dell'artigianato, nonchè della sapienza, acquisita dalla madre.
Atena è anche la dea della guerra, essa non gode delle sanguinose battaglie come accade ad Ares e a Eris ma preferisce appianare le dispute e far rispettare la legge con mezzi pacifici. Quando invece è impegnata in una guerra non perde mai una battaglia sia pure contro lo stesso Ares perchè più esperta di lui nell'arte strategica
Molti dèi Titani o Giganti avrebbero volentieri sposare Atena ma essa si rifiutò. Durante la guerra troiana, non volendo chiedere le armi a Zeus che si era dichiarato neutrale, chiese a Efesto di fabbricarle un'armatura, Efesto si rifiutò di pagarla perchè dichiarò di prendere l'incarico per amore, Atena accettò non capendo la frase di Efesto. Quando si recò da lui egli cercò di farle violenza; si trattava in realtà di uno scherzo di Posidone che informò Efesto che Atena si stava recando da lui per fare l'amore. Quando Atena divincolò da Efesto questi eiaculò sulla sua coscia, un pò al di sopra del ginocchio. La dea si ripulì dello sperma con della lana che gettò via disgustata; la lana cadde al suolo presso Atene e fecondò la Madre Terra che passava di là. La Madre Terra rifiutò ogni responsabilità per l' educazione del bimbo nato e Atena allora lo prese sotto la sua protezione chiamandolo Erittonio. Per evitare che Posidone ridesse del suo scherzo riuscito, lo celò in un cesto e lo affidò ad Aglauro, figlia maggiore del re di Atene, Cecrope, raccomandandole di averne cura. Si dice che Erittonio fosse metà uomo e metà serpente come Cecrope.
La verginità di Atena era per gli Ateniesi il simbolo dell'espugnabilità della città e per questo che in un momento successivo per giustificare la presenza di un fanciullo-serpente che sbuca dall'egida di Atena nelle pitture arcaiche modificarono la nascita di Erittonio, facendo derivare il nome da erion che significa "lana" e da chtonos "terra".
Nell'iconografia classica Atena è rappresentata con elmo, egida e scudo.
Abbiamo una versione con il serpente che esce dall'egida: si tratta della cosiddetta "Atena Giustiniani", una copia romana di età antonina di un originale greco di fine V sec. e inizio IV sec. a.C.
Un'altra famosa rappresentazione di Atena è la "Varvakeion Athena", ovvero una copia di II-III sec. d.C. dell'Atena Parthenos di Fidia che fu posta all'interno del Partenone nel 447 a.C.
Secondo i Pelasgi la dea Atena nacque presso il lago Tritonide in Libia, dove fu raccolta e nutrita da tre ninfe di quella regione che vestivano pelli di capra. Ancora fanciulla uccise accidentalmente la sua compagna di giochi Pallade, mentre erano impegnate in uno scherzo giocoso armata di lancia e scudo; in segno di lutto aggiunse al suo nome quello di Pallade.
Atena inventò il flauto, la tromba, il vaso di terracotta, l'aratro, il rastrello, il giogo per i buoi, la briglia per i cavalli, il cocchio e la nave. Fu la prima a insegnare la scienza dei numeri e tutte le arti femminili, come il cucinare, il filare e il tessere. Difatti nell'immaginario collettivo è la dea della tessitura, dell'artigianato, nonchè della sapienza, acquisita dalla madre.
Atena è anche la dea della guerra, essa non gode delle sanguinose battaglie come accade ad Ares e a Eris ma preferisce appianare le dispute e far rispettare la legge con mezzi pacifici. Quando invece è impegnata in una guerra non perde mai una battaglia sia pure contro lo stesso Ares perchè più esperta di lui nell'arte strategica
Molti dèi Titani o Giganti avrebbero volentieri sposare Atena ma essa si rifiutò. Durante la guerra troiana, non volendo chiedere le armi a Zeus che si era dichiarato neutrale, chiese a Efesto di fabbricarle un'armatura, Efesto si rifiutò di pagarla perchè dichiarò di prendere l'incarico per amore, Atena accettò non capendo la frase di Efesto. Quando si recò da lui egli cercò di farle violenza; si trattava in realtà di uno scherzo di Posidone che informò Efesto che Atena si stava recando da lui per fare l'amore. Quando Atena divincolò da Efesto questi eiaculò sulla sua coscia, un pò al di sopra del ginocchio. La dea si ripulì dello sperma con della lana che gettò via disgustata; la lana cadde al suolo presso Atene e fecondò la Madre Terra che passava di là. La Madre Terra rifiutò ogni responsabilità per l' educazione del bimbo nato e Atena allora lo prese sotto la sua protezione chiamandolo Erittonio. Per evitare che Posidone ridesse del suo scherzo riuscito, lo celò in un cesto e lo affidò ad Aglauro, figlia maggiore del re di Atene, Cecrope, raccomandandole di averne cura. Si dice che Erittonio fosse metà uomo e metà serpente come Cecrope.
La verginità di Atena era per gli Ateniesi il simbolo dell'espugnabilità della città e per questo che in un momento successivo per giustificare la presenza di un fanciullo-serpente che sbuca dall'egida di Atena nelle pitture arcaiche modificarono la nascita di Erittonio, facendo derivare il nome da erion che significa "lana" e da chtonos "terra".
Nell'iconografia classica Atena è rappresentata con elmo, egida e scudo.
![]() |
| Atena, Glyptothek, Munchen |
![]() |
| Atena Giustiniani, Musei Vaticani |
![]() |
| Varvakeion Athena, Museo Nazionale Archeologico di Atene |
Iscriviti a:
Post (Atom)















