martedì 30 maggio 2017

I 4 musei campani risorti dalle ceneri

Foto di Museo Archeologico Nazionale di Napoli (pagina facebook)
È in corso la campagna social #iostocongiulierini, per chi non lo sapesse Paolo Giulierini è, o forse, era il direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, scelto per dirigere al meglio un museo, che diciamocela tutta, era al disastro totale.

Era il 2015 quando il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini nominò 20 direttori per dirigere 20 tra musei e luoghi culturali italiani; tra questi c’erano anche 7 stranieri, la cui nomina suscitò una forte polemica dai vari partiti politici nonché dallo storico dell’arte Vittorio Sgarbi che aveva definito questa scelta una “umiliazione” per i tanti esperti d’arte italiani.

All’inizio forse tutti eravamo un po’ scettici, anche sui criteri di scelta, una valutazione che si basava solo sui titoli e sull’esperienza, senza un vero e proprio concorso, eppure ad oggi molti si sono ricreduti. Sicuramente il percorso che hanno affrontato i 4 direttori alla guida dei musei campani è stata più ardua: come già detto, l’Archeologico di Napoli aveva tante sezioni chiuse al pubblico ed era poco attraente agli occhi di turisti e visitatori (io stessa mi vergognavo delle condizioni del museo); Capodimonte, la Reggia di Caserta e Paestum non erano da meno.

Ma analizziamoli uno per volta: Capodimonte è diretto da Sylvain Bellenger, 60 anni, storico dell’arte, francese. In questi due anni Capodimonte ha collezionato boom di visitatori tra l’iniziativa della prima domenica del mese gratis al museo, alle recenti notti dei musei, a Pasqua e Pasquetta di quest’anno ma già ad inizio del 2017 il bilancio era completamente positivo. Tantissime mostre ci sono state tra cui quella di Picasso, che sicuramente ha contribuito a far accrescere l’appetibilità del museo.
Paestum: record di visitatori, ben 400mila in due anni! Cifre strabilianti, merito anche del direttore Gabriel Zuchtriegel, tedesco, un nome quasi impronunciabile che ha risollevato il parco archeologico un po’ in abbandono.

La Reggia di Caserta affidata a Mauro Felicori è quella che ha ottenuto un successo enorme, registrando al 2016 ben 681mila visitatori, entrando nella top ten dei musei italiani più visitati nel 2016.

Arriviamo all’Archeologico guidato, speriamo ancora, da Paolo Giulierini, che nel 2016 rientrava tra i 15 musei italiani maggiormente visitati con 452.736 biglietti staccati! Le cifre parlerebbero da sole, ma per raggiungerle c’è stato un grande lavoro dietro. Innanzitutto i direttori hanno portato i propri musei sui social, e oggi sappiamo bene quanto possano influenzare e avere un grande ritorno d’immagine. La Reggia di Caserta, forse la più social, è molto presente anche su Instagram.

Altro grande merito per l’Archeologico è stato quello di organizzare spesso serate tematiche, da un lato garantendo l’apertura del museo anche di sera, dall’altro attraendo un pubblico sempre più diverso, che ha conosciuto il museo sotto un altro punto di vista. In primis il contributo maggiore, a mio parere, è stata la riapertura di tante sezioni, bellissime, chiuse, la sezione egizia ad esempio e in ultima quella epigrafica. Tanti reperti sono riemersi dalle stanze impolverate in cui erano tenute e questo sicuramente è da attribuire ad una dirigenza che ha saputo organizzare il lavoro e permettere tutto ciò.

Le lodi si sprecano, ma contano i fatti e i fatti dicono che la scelta di Franceschini è stata vincente.

Dunque #iostocongiulierini non perché mi è simpatico ma perché ha risollevato dalle ceneri un museo, tra i più importanti e belli d’Italia, #iostocongiulierini affinchè le persone competenti siano al posto che gli spetta, #iostocongiulierini perché amo l’archeologia e l’arte quella valorizzata e non chiusa nel cassetto!

venerdì 3 marzo 2017

#DOMENICAALMUSEO gratis, marzo 2017: l'elenco completo dei luoghi statali

Continua l'iniziativa del MIBACT #DOMENICAALMUSEO: la prima domenica di ogni mese l'ingresso nei musei e nei siti archeologici statali è gratuito.

Dal 1 luglio 2014 una norma del decreto Franceschini stabilisce che ogni prima domenica del mese non si paga il biglietto d'ingresso nei musei e siti archeologici statali. Si potranno visitare gratuitamente monumenti, musei, gallerie, scavi archeologici, parchi e giardini monumentali dello Stato.

Vi ricordiamo che:

- non tutti i musei statali però saranno accessibili gratuitamente;

- attenzione! alcuni sono visitabili solo su prenotazione;

- le mostre generalmente non sono gratuite;

- munitevi di tanta pazienza e non arrivate troppo tardi perchè potreste trovare lunghe file per entrare.

Qui l'elenco completo dei luoghi statali aperti gratuitamente per il mese di marzo 2017.


giovedì 23 febbraio 2017

Il NO di Atene a Gucci: "un'offerta che non poteva rifiutare"?

Volevo scrivere due righe in merito al NO a gran voce di Atene alla proposta di Gucci di sfilare sull’Acropoli. C’è chi sostiene abbia fatto bene, chi invece ritiene sia da folli rifiutare una tale offerta, come se l’avesse fatta Don Vito Corleone ne “Il Padrino”, insomma l’opinione è divisa.

In breve: Gucci avrebbe offerto fior di milioni di euro per far sfilare, circa 15 minuti, modelle e modelli su una pedana posta tra il Partenone e l’Eretteo. Cosa ci sarebbe di male, in fondo? Se conosco un po’ il mondo greco dall’antichità ad oggi, capisco bene la loro ferma decisione. È un popolo molto nazionalista e legato alle sue radici e alla sua cultura millenaria: l'Acropoli era un luogo sacro per gli antichi Greci ed oggi possiamo dire che mantiene questa sacralità anche per i greci del terzo millennio. Si và ben oltre ad una questione puramente economica.

Chi pensa siano stati dei pazzi, forse conosce poco la Grecia e le sue origini. È vero, non è una nazione messa bene, crisi, debito pubblico e chi ne ha più ne metta, ma accettare avrebbe voluto dire rinnegare il proprio pensiero. Gucci avrebbe offerto 2 milioni di euro solo per restaurare l’Acropoli, oltre gli 80 tra pubblicità e diritti televisivi, e qui nasce una polemica infinita che ha spinto a fare controproposte: “Gucci vieni alla Valle dei Templi ad Agrigento”, “Gucci vieni alla Reggia di Caserta”.
Che siano provocazioni o meno, resta il fatto che il rifiuto di Atene è stato visto come chi rifiuta oggi un lavoro in Italia perché va contro i suoi principi ed ideali, nessuno lo farebbe. Atene invece ha fatto una scelta di pancia, azzardata, come se avesse giocato al gioco dei pacchi “Affari tuoi”, rifiutando l’offerta del “dottore Gucci”, ed andando avanti per la sua strada.

Possiamo biasimarla? Non so, le scelte degli altri bisogna rispettarle nel bene o nel male. Atene ha deciso di non vendere la sua cultura perché vale molto ma molto di più.

venerdì 27 gennaio 2017

Aldo Carpi: il pittore che si salvò dall'Olocausto grazie alla sua arte


L’arte è ancor più meravigliosa quando rappresenta la realtà, che sia anche cruda e orribile, perciò nella Giornata della Memoria vorrei raccontarvi la storia di Aldo Carpi, un pittore deportato in un campo di concentramento austriaco che trovò la salvezza grazie alle sue opere d’arte.

Aldo Carpi nacque a Milano il 6 ottobre del 1886. Si diplomò all’Accademia di Brera con il massimo dei voti e due anni dopo già esponeva le sue opere alla Biennale di Venezia, un vero e proprio genio. Dopo aver partecipato come volontario alla Prima Guerra Mondiale, anche se era fortemente contrario, tornò alla sua attività di pittore realizzando nel 1927 le vetrate della Basilica di San Simpliciano a Milano. Era titolare di cattedra all’Accademia di Brera.

Antifascista e nipote di un ebreo convertito al cristianesimo, nel 1944 viene arrestato dai fascisti, non perché fosse ebreo ma perché “colpevole” di aver difeso una sua alunna israelita maltrattata dagli altri docenti e dai compagni. Fu proprio un suo collega a raccontare l’accaduto ai fascisti. Si narra che avrebbe potuto sfuggire all’arresto ma decise di farsi trovare a casa (era sfollato in Brianza con la moglie e suoi sei figli) per salvare probabilmente i figli, attivi nella Resistenza. Uno dei sei figli, il diciasettenne Paolo, però, venne catturato e portato prima a Flossenburg e successivamente nel campo di sterminio di Gross-Rosen, dove fu ucciso dai nazisti con una iniezione.

Carpi venne portato al carcere di San Vittore, successivamente deportato a Mauthausen e, infine, a Gusen, che ne era una specie di sottosezione, dove scrisse su alcuni foglietti, che conservava nelle tasche del pigiama, sotto forma di lettere rivolte alla moglie, uno sconvolgente diario che verrà poi pubblicato con il titolo di  “Il Diario di Gusen”.

"La spiaggia" (Foto di museomaga.it)
Messo a lavorare nelle cave, sarebbe sicuramente morto ma le sue grandi doti di pittore in qualche modo lo salvarono. Un aguzzino delle cave, scoperto che Carpi era un pittore, gli chiese un ritratto da mandare alla sua famiglia. Da quel momento seguirono altri ritratti di ufficiali, carcerieri e delle loro mogli e figli, prendendo come modello una fotografia. Carpi, così, realizzò questi ritratti immaginando paesaggi marini e montani, divenendo delle vere e proprie opere d’arte.

Grazie all’aiuto di un medico riuscì a conservare il suo “diario” e altri disegni che raccontavano il dolore e la sofferenza di quei campi, in un luogo segreto.

Finita la guerra venne nominato direttore dell’Accademia di Brera e, come molti sopravvissuti dell’Olocausto, faceva faticare a raccontare le atrocità vissute in quegli anni. Fu la figlia Giovanna che trascrisse e pubblicò quei foglietti del padre affinchè tutti potessero conoscere e non dimenticare la pagina più terribile della storia dell’umanità.

Troverete tante altre opere di Aldo Carpi cliccando qui.

Fonti:

Enciclopedia “Treccani” online

reportage.corriere.it/senza-categoria/2015/aldo-carpi-il-pittore-deportato-salvato-dai-suoi-disegni-

shoah-memoria/

www.deportati.it/recensioni/diario_di_gusen.html

www.anpi.it/donne-e-uomini/2340/aldo-carpi

www.museomaga.it/

giovedì 25 febbraio 2016

Tecniche di pittura dell'Antica Roma

In un precedente articolo ho parlato dei famosi quattro "stili pompeiani" in cui ho illustrato le caratteristiche di ogni stile pittorico romano che è stato classificato sulla base degli affreschi pompeiani (vi rimando all'articolo in questione I quattro "stili pompeiani"  ), qui vorrei fare invece un'appendice sulle tecniche utilizzate per dipingere questi affreschi parietali su suggerimento di una cara lettrice e fan del mio blog.
Ci si chiede infatti: come ottenevano i colori? Erano diluiti? Come hanno resistito così a lungo?
Dalle testimonianze che abbiamo i colori usati erano perlopiù il giallo, il rosso, il verde, il blu e il nero; colori forti e brillanti di origine minerale, vegetale e animale, che davano un'immagine di vivacità lontana da quella che siamo abituati a vedere con il candore e purezza dei marmi bianchi.
La tecnica pittorica utilizzata ci è stata tramandata da Plinio il Vecchio e Vitruvio. 
Plinio il Vecchio ci parla della tecnica dell'encausto, Vitruvio di quella dell'affresco, ma essendo la seconda più resistente si propende oggi a ritenere fosse quella utilizzata per esempio negli affreschi pompeiani giunti fino ai nostri giorni quasi intatti.
La tecnica dell'encausto consisteva nel mescolare i colori con la cera "punica", ovvero una cera fatta bollire in acqua di mare, si otteneva così una tempera densa da diluire eventualmente con l'acqua.
La tecnica dell'affresco prevedeva che il colore fosse steso su un intonaco ancora fresco e questo permetteva ai colori di restare in eterno, sempre lì.
Vitruvio ci descrive la tecnica nel libro VII, capitolo III e IV, ripropongo alcuni estratti:
"colores autem, udo tectorio cum diligentere sunt inducti, ideo non remittunt sed sunt perpetuo permanentes, quod calx, in fornacibus excocto liquore facta raritatibus evanida, ieiunitate coacta corripit in se quae res forte contingerunt, mixtionibusque ex aliis potestatibus conlatis seminibus seu principiis una solidescendo, in quibuscumque membris est formata cum fit arida, redigitur, uti sui generis proprias videatur habere qualitates"
"questi colori diligentemente stesi sull'intonaco ancora umido, appunto per questo non si staccano, ma rimangono in eterno, perchè la calce, la quale ha perso tutta la sua umidità nella fornace ed è divenuta porosa, quasi costretta dalla fame assorbe tutta l'umidità con cui si trova a contatto, e con nuove mescolanze attraendo a sè gli elementi dei corpi su cui è stesa e di nuovo solidificandosi insieme con essi e prosciugandosi, si ricostituisce in modo da riprendere le qualità iniziali su proprie".

Spero di aver soddisfatto la curiosità di questa nostra lettrice, alla prossima ;)

mercoledì 16 dicembre 2015

La moda nell'Antica Grecia

Da un paio di anni, in particolar modo con l'avvento dei blog e dei tutorial su youtube, veniamo bombardati  da ragazze e ragazzi che dispensano consigli su come vestirsi, come abbinare colori e accessori, utilizzando spesso un linguaggio che facciamo fatica a capire, un misto tra inglese e parole "new age". Eppure, un tempo, la moda era a portata di tutti, gli abiti erano semplici ma allo stesso tempo avevano una propria eleganza e un proprio charme.
Catapultandoci all'incirca cinque secoli prima di Cristo ci rendiamo conto che l'abbigliamento era molto semplice; le donne indossavano il peplo, ovvero un rettangolo di stoffa, generalmente di lana, che veniva avvolto in vita formando dei drappeggi e fermato con una cintura e chiuso con spilloni sulle spalle, lasciando le braccia scoperte, il risultato finale era una sorta di tunica. Il peplo venne utilizzato fino alla metà del VI sec. a.C., verso la fine dello stesso secolo iniziò invece a diffondersi il chitone; si trattava di un abito più leggero, consistente in due rettangoli in lino detti ptèryges, sovrapposti e cuciti in lunghezza, anche questo era fissato in vita con un cordone o una cintura e fermato sulle spalle con spilloni in un primo momento e poi con vere e proprie cuciture in un secondo momento. Completava l'outfit (per utilizzare un termine moderno), l'himation, ovvero un mantello che poteva coprire sia le spalle che la testa utilizzato sia con il chitone che con il peplo.
Athena copia del I sec. a,C. dell'originale di Mirone den V sec. a.C.
Nell'immagine sopra Athena indossa un tipico peplo greco che vediamo fermato in vita da una cintura. Il colore era solitamente naturale tra il bianco o lo zafferano.
Statua di età flavia conservata alle Terme di Diocleziano mostra un esempio di chitone avvolto da himation.
                                                                                                                      
 Anche gli uomini indossavano chitone e himation; il chitone generalmente consisteva in una lunga tunica cucita su un lato e fermata sulla spalla da bottoni o cucita, molto simile quindi a quello femminile. Esistevano però due versioni, quella lunga fino ai piedi senza cintura ( il podères) che veniva indossato solo da dèi, uomini anziani o membri di spicco della comunità in quanto considerato un abbigliamento formale e prestigioso; l'altra versione era un chitone corto fino alle ginocchia che era un vestito da tutti i giorni indossato da soldati, cacciatori o comunque da uomini impegnati in attività quotidiane che avevano bisogno di un abbigliamento comodo e libero che non ostacolava le loro attività. L'himation aveva la stessa funzione di quello femminile, ossia un mantello poggiato sulla spalla e fatto cadere su un lato.
Per l'uomo esisteva anche la clamide; si tratta di un mantello corto fissato con una fibbia o uno spillone alla spalla sinistra così che il braccio destro rimaneva libero.
Nell'immagini che seguono abbiamo un esempio di chitone lungo e altri quattro esempi di chitone corto, himation e clamide.
Chitone maschile lungo
Chitone maschile corto, himation e clamide.

Per quanto riguarda le calzature sostanzialmente esistevano due tipi: uno "stivaletto" in pelle di diversa altezza che fasciava il piede e aveva diversi nomi (embàdes, endromìdes, kòthornoi ) e un sandalo vero e proprio detti krepìdai, blàutai.
Mentre l'abbigliamento maschile oggi è difficile da riproporre quello femminile invece ha avuto molto seguito anche ai giorni nostri con abiti che richiamano la moda di quel tempo, soprattutto per quanto riguarda gli abiti da sposa o gli abiti lunghi da cerimonia che vengono definiti infatti "alla greca", per non parlare dei sandali che in questi ultimi anni stanno riprendendo molto le forme tipiche dell'antica Grecia e anche dell'antica Roma.
Quando si dice "corsi e ricorsi storici"!

mercoledì 4 novembre 2015

L'archeologia nell'era del web 2.0

Parlare contemporaneamente di archeologia e tutto ciò che concerne l'informatica o internet sembra quasi un ossimoro, eppure anche la "scienza dell'antico" si è dovuta avvicinare a questo mondo che ci sembra così complesso.
Nel campo dell'informatica l'archeologia ha potuto formalizzare le proprie procedure d'indagine, ottimizzare i sistemi di catalogazione e gestione dei dati, sperimentare nuovi strumenti anche per il trattamento dei dati e la sua diffusione. Inoltre l'informatica si è così integrata nei metodi d'indagine dell'archeologia, dalle ricerche sul terreno a quelle in laboratorio che ha assunto un ruolo importante: da supporto operativo a contributo scientifico.
Nel campo della catalogazione e della tutela del patrimonio storico e artistico, parliamo del censimento di oggetti mobili e immobili, l'informatica ha assunto un carattere documentario, e ha avuto come punto di riferimento specifiche istituzioni pubbliche, in Italia ricordiamo il lavoro dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione con sede a Roma. Oltre a queste istituzioni di carattere nazionale vi sono anche altre iniziative con lo stesso scopo di informatizzare i dati creando per l'appunto banche-dati, troviamo per esempio in rete materiale riguardante la numismatica e l'epigrafia. Comprendiamo bene, a questo punto, l'importanza dell'informatica e della rete nella capacità di accedere a fonti e documenti sparsi nel mondo in maniera quasi immediata.
Un altro campo importante in cui l'informatica è stata decisamente preziosa è quello relativo alla ricerca archeologica sul campo, dalla ricognizione allo scavo vero e proprio. Parliamo ad esempio dell'integrazione tra una banca-dati relazionale e un GIS (Geographic Information System); questo sistema permette di realizzare un modello georelazionale della realtà archeologica dove è possibile spesso trattare allo stesso tempo informazioni di carattere documentario, spaziale e tematico mirando a una comprensione d'insieme dell'antico assetto territoriale. Questo ha portato anche ad approfondire e perfezionare alcuni indirizzi di ricerca come la cartografia archeologica digitale, i modelli digitali del terreno, le visualizzazioni virtuali interattive che sono uno dei settori che ha riscosso maggiore successo negli ultimi anni. Infatti la realtà virtuale ha permesso, per esempio, la ricostruzione urbanistica di una città o di determinati complessi architettonici; è stato possibile non solo comprendere come si presentavano gli edifici all'epoca della loro costruzione ma anche di elaborare specifiche tecniche di restauro.
Ricordiamo che il M.A.V., il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano propone ai visitatori installazioni virtuali di monumenti principalmente di Ercolano e Pompei, catapultandoli 2000 anni prima e facendoli vivere una giornata da antico romano, ed è un unicum nel suo settore.
Proprio ieri 3 novembre si è svolto un convegno intitolato "Condividere la sfida dei Musei Italiani. Scenari e Progetti del MUSEO 3.0" in cui si è discusso e ci si è confrontati sulla nuova sfida del musei, quella del progetto MuD, Musei Digitali, che ha l'obiettivo di migliorare le performance dei musei italiani in ambito digitale, con lo scopo di valorizzare il patrimonio culturale.
Potrebbe essere finalmente la svolta per avvicinare ancora di più i giovani, e non solo, al mondo dell'arte, dell'archeologia? o a convincerli a visitare un museo? Speriamo di si! Be positive! 

mercoledì 26 agosto 2015

Ercolano capitale 2016: la sfida di tutta la Campania.

Veduta scavi di Ercolano, foto di Immapaola Memoli

Veduta Vesuvio e scavi di Ercolano, foto di Immapaola Memoli
Ercolano, comune della provincia di Napoli, 60000 abitanti circa e un’unica sfida: sbaragliare le altre nove finaliste candidate a capitale della cultura italiana 2016-2017. Ce la farà? Non sarà facile ma ce la metterà tutta, anzi ,ce la metteremo tutta perché la sfida è soprattutto quella degli abitanti e di tutta la Campania.
Ercolano è, oltre a Taranto, l’unica finalista del Sud, un meridione spesso ricordato per mafia, camorra, 'ndrangheta, e poco per siti archeologici, musei, ville e tanto buon cibo. Ebbene Ercolano rappresenta molto più che un singolo comune, rappresenta una voglia di riscatto, una voglia di mostrare che Napoli, la Campania non sono solo “pizza, Vesuvio e mandolino” ma molto molto di più.
Entro il 30 ottobre si deciderà la capitale italiana 2016 ed entro il 15 dicembre la capitale del 2017. Si parla di cultura ed Ercolano trasuda cultura da ogni angolo. Vorrei così esporre i motivi per cui potrebbe rappresentare la cultura italiana nei prossimi anni. In primis accoglie uno dei più importanti siti archeologici al mondo, non a caso è patrimonio dell’Unesco; parliamo di un sito archeologico dove c’è ancora molto da mettere in luce, come il teatro romano, che, secondo diverse ricostruzioni virtuali, doveva essere molto bello.  Nei progetti della fondazione Packard, che si occupa da anni della conservazione del sito,  presto verrà messa in luce  un’altra parte abbastanza vasta dell’antico sito romano, distrutto dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Lo stesso Vesuvio, vulcano attivo, che imponente ci guarda dall’alto della sua bocca è uno fra i più studiati al mondo ed il primo ad essere stato studiato sistematicamente, studi che continuano ancora oggi grazie all’Osservatorio Vesuviano. Proprio da Ercolano parte la strada che conduce al cono del vulcano.
Legato al sito archeologico è la famosa Villa dei Papiri, una maestosa villa che si affacciava sul mare e frequentata dai più importanti studiosi dell’epoca, in quanto ospitava un’importante biblioteca contenente numerosi papiri.
Oltre agli scavi e al Vesuvio per cui Ercolano è conosciuta da molti, meno conosciuta probabilmente è la presenza di bellissime ville ottocentesche costruite come dimore estive in seguito all’arrivo dell’aristocrazia a Portici, tra queste ricordiamo Villa Favorita, Villa Campolieto, Villa Aprile. Inoltre il tratto di strada che collega Ercolano al vicino comune Torre Del Greco, ovvero Corso Resina, una volta era chiamato “Miglio d’oro” proprio per la qualità e quantità degli edifici che dominavano la strada.
Come sappiamo nel 1839 fu inaugurata la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici e la stazione Portici-Ercolano rappresentò allora il capolinea.
Nel 2007 viene inaugurato il M.A.V., Museo Archeologico Virtuale, che per la prima volta, grazie ad ottime ricostruzioni virtuali, ci trasporta nelle antiche Ercolano e Pompei facendoci capire come vivevano gli antichi abitanti romani.
A Pugliano si trova uno dei mercati più famosi in Campania, conosciuto anche come “mercato di Resina”, nato alla fine della seconda guerra mondiale come spaccio di divise militari lasciate dagli americani, poi diventato un importante mercato di abiti usati, vintage, pellami e accessori conosciuti con il nome di “pezze”. Ricordo che “Resina” è il nome che la città prese dopo la sua distruzione nel 79 d.C. fino al 12 febbraio 1969 quando il Presidente della Repubblica decretò il cambio del toponimo da Resina ad Ercolano.

Insomma Ercolano è piena di storia, cultura, folklore, da qui sono passati importanti personaggi quali Gabriele D’Annunzio e Johann Joachim Winckelmann; dunque invito tutti a credere in questa sfida e a "tifare" per questo piccolo comune, è la sua/nostra/vostra occasione di riscatto.

martedì 28 aprile 2015

Le terme romane

Le terme nell'antichità erano edifici pubblici dove era possibile fare bagni caldi o freddi e a cui erano connesse palestre e altri ambienti.
Sono uno degli edifici più conosciuti dell'architettura romana in quanto sono sopravvissuti oggi molti esempi.
Nell'antica Roma le terme svolgevano anche la funzione di luogo di incontro, passatempo, svago per tutte le classi sociali dal momento che l'entrata era gratuita.
Inizialmente nacquero in luoghi dove era possibile sfruttare le sorgenti naturali di acque calde e fredde o dotate di particolari doti curative. In epoca repubblicana erano costituite da ambienti che fungevano da spogliatoi e da locali con acqua corrente calda, fredda e tiepida rispettivamente (calidarium, frigidarium e tepidarium)  e da una palestra.
Nel periodo imperiale divennero sempre più grandi e lussuose. Erano di varia grandezza e ve ne erano ovunque in città e nelle case. Erano di mattoni o pietra, rivestite o meno di pietra pregiata o marmi, Avevano vetri sulle finestre e a seconda dei tempi erano suddivisi in maschili e femminili o no. Alcune, come le terme di Caracalla (215 d.C.), comprendevano biblioteche e grandi spazi pubblici coperti.
Grazie alle migliorie nelle tecniche di riscaldamento dell'acqua le terme si diffusero anche in città, lontane dalle sorgenti naturali.
Il sistema adottato era quello di un pavimento, il "vespaio", poggiato su file di pilastrini di mattoni     (le suspensurae). La combustione di legna e carbone avveniva in una camera di combustione, praefurnium, a cui si accedeva dall'esterno dell'edificio. I fumi e l'aria calda passavano al di sotto del pavimento asportati da canne fumarie (tubuli di terracotta), inserite nelle pareti della camera e uscivano poi sopra il tetto (vedi immagine sotto).
Questa sistema era detto hypocaustum, che in greco significa "riscaldamento da sotto". Attraverso questa tecnica si riscaldavano il pavimento, le pareti e l'acqua; negli ambienti più caldi (il calidarium) si potevano raggiungere anche i 50/60°.

La documentazione pompeiana ha contribuito fortemente  alla conoscenza della storia delle terme romane. Infatti possiamo fare riferimento alle Terme Stabiane il cui impianto iniziale non dovrebbe risalire oltre la metà del III sec. a.C. e le cosiddette Terme Repubblicane, costruite negli ultimi decenni del secolo successivo.
Le prime documentano alcune importanti tappe nella formazione delle terme di tipo romano: alla prima fase, nella quale alla palestra si affiancano anguste stanzette da bagno provviste di semicupi, subentra una progressiva e sempre più razionale integrazione fra lo spazio utilizzato per gli esercizi fisici e quello destinato ai bagni, nei quali vengono costruiti ambienti specializzati e innovativi sul piano architettonico e funzionale: lo spogliatoio (apodyterium), la stanza per la detersione con lo strigile (destrictarium) e le sale per i bagni freddi (frigidarium), tiepidi (tepidarium) e caldi (calidarium e laconicum). Le terme pompeiane mostrano fra l'età tardo-repubblicana e quella imperiale una serie di varianti d'impianto e di soluzioni funzionali: la scomparsa e il ripristino del laconicum; la separazione dei settori maschile e femminile; l'utilizzazione dello stesso spazio in momenti diversi da parte di uomini e donne. Non mancano stabilimenti dalla più complessa articolazione, costruiti da privati e destinati a un pubblico più ristretto, dove l'edificio adibito alla palestra spesso è ridotto o assente.

mercoledì 18 marzo 2015

Eclissi solare, il "Sole nero" per gli antichi

Mentre si attende con ansia l'eclissi solare che si terrà il 20 marzo e che introduce in qualche modo l'equinozio primaverile, si sta parlando molto del fenomeno legato ad alcune leggende secondo cui l'oscuramento del sole sarebbe presagio di avvenimenti negativi. 
In quanto fenomeni straordinari da sempre vengono associati a miti e leggende. Ricordiamo per esempio lo storico Erodoto che raccontando la guerra tra i Lidi e i Medi parlava del giorno che si tramutò in notte, riferendosi a un'eclissi solare che il matematico Talete di Mileto aveva a suo tempo predetto, il passo è il seguente: <<…scoppiò una guerra fra i Lidi e i Medi che durò per cinque anni, durante i quali più volte i Medi vinsero i Lidi e più volte i Lidi i Medi; e combatterono anche una battaglia di notte. Infatti mentre essi con pari fortuna proseguivano la guerra, nel sesto anno si scontrarono, e, nel corso della battaglia il giorno all’improvviso diventò notte. Talete di Mileto aveva predetto agli Ioni questo fenomeno, indicando quello stesso anno in cui effettivamente avvenne. I Lidi e i Medi, quando videro la notte prendere il posto del giorno, cessarono il combattimento e s’adoperarono entrambi perché si facesse tra loro la pace…>>
Anche Omero nella sua Odissea narra che il ritorno a Itaca di Ulisse fu preceduto dall'oscuramento del Sole, presagio della sventura che si abbattè sui Proci.
Altro avvenimento legato a un'eclissi ce lo racconta lo storico Diodoro Siculo che ci parla della fuga del tiranno di Siracusa, Agatocle: << Essi raggiunsero la salvezza insperatamente sul far dell’alba. Il giorno successivo ci fu un’eclissi di Sole nel corso della quale scese il buio più fitto e le stelle furono viste splendere per tutto il cielo. Gli uomini di Agatocle, interpretando l’evento come un cattivo presagio, precipitarono nell’angoscia per il loro futuro >>. 
Si dice che anche la Guerra del Peloponneso fu teatro dell'eclissi del 3 agosto del 431 a.C..
Insomma gli eventi legati a un'eclissi sono numerosi e quasi sempre negativi, i più superstiziosi venerdì prepareranno sicuramente corni e cornetti, si muniranno di metallo o faranno riti per scacciare la negatività, per gli appassionati di astronomia sarà un fenomeno a cui assolutamente assistere. In ogni caso il 20 Marzo 2015 sarà una data da ricordare.

Fonti: Enciclopedia Italiana Treccani; "La Repubblica"; Meteoweb.eu.

lunedì 2 febbraio 2015

Ercole o Eracle

Chi non conosce il mito di Ercole o Eracle, l'eroe delle famose dodici Fatiche? Forse un pò tutti dal momento che sono stati fatti film, serie tv e cartoni animati su questo personaggio. Quanti però conoscono la vera storia di Ercole? Ebbene ho pensato di scrivere brevemente la nascita di questo eroe della mitologia greca e raccontare come nasce la leggenda che lega il suo nome alla città di Ercolano, una curiosità che spero soddisferà non solo gli abitanti della città stessa ma chiunque ne sia appassionato.
Ercole (Hercules) per i Romani e Eracle (Ἡρακλῆς) per i Greci, il cui nome è composto da  Ἥρα ovvero la dea Era e κλέος ovvero "gloria" (letteralmente  "gloria di Era"), nasce secondo la leggenda dall'unione di Zeus  e Alcmena, figlia di Elettrione, re di Micene. Il mito racconta che Anfitrione, giovane re di Tirinto, si era invaghito di Alcmena. Il padre Elettrione promise di darla in sposa solo se avesse vendicato la morte dei suoi figli uccidendo la popolazione dei Tafi. Zeus approfittando dell'assenza di Anfitrione, prese le sue sembianze e giacque con Alcmena. Da questa unione nacque Eracle, metà mortale e metà divinità, come è conosciuto nella tradizione. Hera per vendicarsi del tradimento del marito mandò dei serpenti nella culla di Eracle che li strozzò, mostrando già da piccolo la sua forza sovraumana.
Fu allevato a Tebe dallo stesso Anfitrione. Vinse una guerra contro i Mini che pretendevano un tributo da Tebe e in seguito a questa vittoria il re Creonte gli promise sua figlia Megara in sposa. Da Megara si dice che ebbe due figli, altri dicono tre, quattro, persino otto. Eracle riportò molte altre vittorie che lo fecero diventare l'eroe più famoso di tutta la Grecia. Era, seccata dai successi di Eracle, lo fece impazzire. La pazzia lo portò a uccidere i suoi stessi figli. Dopo aver recuperato la ragione, le successive vicende si dividono. Secondo una versione la Pizia, sacerdotessa degli oracoli di Delfi, si rivolse ad Eracle consigliandogli di fissare la sua residenza a Tirinto, di servire Euristeo per dodici anni e di compiere tutte le fatiche che gli imponeva; come ricompensa avrebbe ottenuto l'immortalità. Secondo un'altra versione Eracle fu l'amante di Euristeo e per piacergli compì le dodici Fatiche. Ad ogni modo le dodici Fatiche di Ercole o Eracle sono le vicende più famose compiute dall'eroe.
Non tutti sanno che secondo lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, Ercolano venne fondata da Eracle di ritorno dalla sua decima fatica (l'uccisione del mostro Gerione). La leggenda narra che Ercole, tornato dall'uccisione del mostro Gerione (la decima delle sue dodici fatiche), si fosse fermato a Roma, dove chiese alla dea Fauna di dissetarlo, ma questa rifiutò, poiché la sua acqua sacra era riservata alle sole donne. In preda alla collera, Ercole costruì un tempio in onore di sé stesso e vietò alle donne di partecipare alle sue cerimonie.
Intanto, un figlio di Vulcano, il demone Caco, rubò una parte della mandria di buoi che Ercole aveva a sua volta preso al mostro Gerione, e che erano destinati alla città di Argo. L'eroe si adirò molto e si mise alla ricerca dei buoi, che però si rivelò molto ardua perché il demone Caco aveva portato le bestie nella sua grotta sul Vesuvio, trascinandole per la coda, in modo che le orme rovesciate indicassero la direzione opposta.
Proprio quando stava per rinunciare, uno dei bovini rispose al richiamo di Ercole, che così scoprì dove si fosse nascosto il ladro: una volta raggiunto, scoprì che i suoni provenivano da una caverna sul Vesuvio, che era stata però chiusa dall'interno con un enorme masso. Ercole allora prese una rupe appuntita e riuscì ad aprirsi un varco all'interno della spelonca.
Caco cercò di difendersi vomitando dalle fauci un'immensa nuvola di fumo che avvolse la grotta, ma Ercole balzò attraverso il fumo, afferrò Caco e lo strinse tanto da fargli uscire gli occhi dalle orbite, uccidendolo.
Poi, recuperato il bestiame, decise di tornare ad Argo, e continuare le ultime due fatiche rimaste, ma prima volle edificare una città nel luogo dove aveva costruito il tempio; fondò così una cittadina e le diede il suo nome: Herculaneum. In realtà il culto di Ercole è diffuso anche in altre città dell'area vesuviana come Pompei, ma ci piace pensare che la leggenda sia vera e che la città di Ercolano sia legata alle vicende di uno degli eroi più famosi al mondo, il nome Herculaneum non sarà solo un caso.


Ercole Farnese,
copia romana di un originale di Lisippo
Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Nell'iconografia greca e romana Ercole o Eracle viene raffigurato con gli attributi della clava e della pelle leonina, talvolta anche con l'arco e la faretra. La muscolatura è sempre vigorosa, In alcuni tipi italici presenta anche la corazza mentre i due tipi barbato e imberbe coesistono sin dall'arcaismo. Numerose sono anche le sue raffigurazioni in azione nelle dodici Fatiche.

mercoledì 21 gennaio 2015

Il Partenone

Una delle opere architettoniche più famose al mondo e più importante ad Atene è sicuramente il Partenone.
Rappresenta il "frutto" principale dell'arte classica, simbolo di una pace conquistata dai Greci dopo la fine delle guerre persiane, un inno alla grandezza di Atene che è al culmine del suo splendore.
Il Partenone prende il nome dalla statua che vi si trovava all'interno, l'Atena Parthenos (Atena la vergine), distrutta probabilmente in un incendio nel V sec d.C..
Il Partenone sorgeva su un edificio preesistente, il tempio di Atena Polias; fu iniziato dopo la pace di Kallias del 449 a.C., nel 447 a.C. e la costruzione continuò fino al 438 quando fu inaugurata la statua cristoelefantina di Atena. L'edificio venne costruito partendo dall'esterno e proseguendo all'interno, quindi venne prima completato il colonnato, poi la cella e poi  l'interno. Per i lavori vennero impiegati moltissimi operai che lavoravano con gran velocità. Inoltre le fonti fanno anche il nome di alcuni architetti quali Iktinos, Kallikrates e Karpion. Fidia invece fu il sovrintendente di tutti i lavori dell'Acropoli. Dunque il Partenone è il risultato di una collaborazione tra personalità di gran rilievo, capacità ed esperienza.
Pianta del Partenone

Plan of the Parthenon

Veniamo alla descrizione: l'edificio poggia su un basamento su cui si innalzano 8 colonne per 17, l'aver scelto un tempio ottastilo significa prendere spunto dai grandi tempi dell'Asia del VI secolo, allontanandosi dai canoni tradizionali. Il naos è anfiprostilo, ovvero presenta 6 colonne sia nella parte anteriore che posteriore; il pronaos presenta 4 colonne ioniche; la cella  presenta tre navate divise da un doppio ordine di 10 colonne e aveva sul fondo una file di 5 colonne, in mezzo al doppio ordine sorgeva imponente la statua crisoelefantina di Athena.
Il ciclo di sculture del Partenone rappresenta il maggior complesso di età classica. L'edificio era decorato da 92 metope, un fregio continuo di 160 metri che girava intorno alla cella e due frontoni con figure colossali. Le sculture erano tutte eseguite in marmo pentelico; erano arricchite da bronzo probabilmente dorato. Tracce di colore rosso e blu sono state trovate in diversi punti, Si può affermare dunque che il fondo delle metope era campito di rosso e blu e che il fondo del fregio era blu; le figure inoltre erano arricchite anche da rosso, verde e dorature.
Le metope era 14 sui lati brevi e 32 sui lati lunghi e formavano un ciclo di quattro avvenimenti. Sul lato occidentale una amazzonomachia, sul lato settentrionale il ciclo dell'Ilioupersis, sul lato orientale una gigantomachia, sul lato meridionale una centauromachia.
Il fregio invece rappresenta un evento realistico: la processione delle Panatenee con figure in successione di cavalieri, carri, anziani, musicisti di cetre e flauti, portatori di hydriai, coloro che recano vassoi con le offerte, coloro che guidano le pecore e i vitelli al sacrificio. Le processioni confluivano nel fregio orientale dove sono rappresentate le fanciulle che offrono il sacro peplo alla dea, mentre assistono gli dei invisibili. Dunque alla concitazione del fregio occidentale, in cui i cavalieri si preparano alla processione, si contrappone la pacatezza delle figure del fregio orientale.
Sui frontoni sono rappresentate rispettivamente su quello orientale la nascita di Athena, su quello occidentale il mito della gara tra Athena e Poseidon per il possesso dell'Attica.



Oggi i marmi del Partenone, ovvero le metope e i frontoni, sono conservati al British Museum di Londra in seguito all'espoliazione avvenuta all'inizio dell'Ottocento ad opera di Lord Elgin, che allóra si considerava l'ambasciatore di Londra. Sebbene la Grecia rivendichi il possesso dei marmi decontestualizzati all'interno del British Museum, probabilmente l'azione di Elgin salvò i marmi da ulteriori pericoli futuri.
Chi visita oggi l'Acropoli di Atene non può che apprezzare la grandiosità del monumento e in qualche modo immergersi per un attimo nell'atmosfera che si viveva in quegli anni ad Atene.

martedì 30 dicembre 2014

Il calendario

In occasione della fine dell'anno ho pensato di fare un ripasso o meglio capirci qualcosa di più sul nostro calendario, in particolare soffermandomi sulle sue origini e sul suo cambiamento nel corso del tempo.
Il calendario che seguiamo attualmente è quello cosiddetto "gregoriano" che prende il nome da Papa Gregorio XIII il quale attuò una riforma, su suggerimento di una Commissione, sul preesistente calendario "giuliano".
Prima di giungere al calendario adottato oggi vorrei proporvi un breve excursus sui calendari delle diverse civiltà.
Nelle regioni della Babilonia e dell'Assiria nella prima metà del II millennio a.C. fu imposto un unico calendario lunare, basato su un anno di 12 mesi, di 29 o 30 giorni che iniziavano la sera; tra le antiche feste mensili del novilunio e plenilunio si inseriva anche un sacrificio nel giorno 7°, dando origine così alla settimana.
Nell'Antico Egitto il giorno era diviso in 24 ore, il mese in 30 giorni e l'anno in 365 giorni. All'anno così composto si aggiungevano 5 giorni non inseriti nei mesi. Le stagioni erano tre: quella dell'inondazione, quella dell'uscita della terra dalle acque e quella della raccolta.
In Grecia l'anno constava di 12 mesi lunari alternativamente di 29 o 30 giorni; per ovviare all'inconveniente di un anno di 354 giorni si escogitò l'introduzione di un mese supplementare che veniva aggiunto con criteri diversi dalle varie poleis elleniche.
Il problema comune di questi calendari è quello dello "scollamento" fra anno solare e anno civile, perchè il secondo non può essere esattamente uguale al primo che misura 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi.
Nell'Antica Roma, ai tempi di Romolo, sembra che l'anno civile fosse di 304 giorni, diviso in 10 mesi, dei quali, 6 di 30 giorni e 4 di 31. I nomi dei mesi erano quelli attuali ad eccezione di gennaio e febbraio che non esistevano perchè l'anno si faceva partire dal mese di marzo. Il mese di luglio era chiamato Quintilis, cioè "quinto mese", cambiato successivamente in Julius in onore di Giulio Cesare. Così anche per il mese di agosto chiamato inizialmente Sextilis, cioè "sesto mese", cambiato poi in Augustus, a motivo del fatto che in quel mese riportò tre vittorie e mise fine alle guerre civili. I nomi dei mesi successivi è evidente che erano così chiamati essendo il settimo, l'ottavo, il nono e il decimo mese dell'anno.
Riguardo il fatto che mancavano in questo calendario gennaio e febbraio si ipotizzava che i Romani avessero ereditato quel calendario da una popolazione indoeuropea che abitava in quale luogo presso il Polo Nord dove in quei due mesi dell'anno vi era totale mancanza di luce. Quando questo popolo migrò al Sud dovette adeguare il calendario così come fecero i Romani aggiungendovi due mesi. Secondo la leggenda fu Numa Pompilio ad aggiungere i due mesi e a portare l'anno a 355 giorni.
Tuttavia la differenza di circa dieci giorni e mezzo fra l'anno solare e quello di Numa Pompilio provocò in breve tempo un distacco tra l'andamento delle stagioni e quello dell'anno civile, Per ovviare a questo inconveniente si tentò di aggiungere ogni due anno un tredicesimo mese che avrebbe dovuto essere alternativamente di 22 o 23 giorni, ma anche questa soluzione sembra non risolse il problema.
Fu Giulio Cesare nel 46 a.C. ad attuare una riforma del calendario, forse dietro suggerimento dell'astronomo Sosigene; stabilì che la durata dell'anno fosse di 365 giorni e che ogni quattro anni si sarebbe dovuto intercalare un giorno complementare. L'anno di 366 giorni fu detto "bisestile" e il giorno complementare doveva cadere sei giorni prima delle calende di marzo. In questo modo si attuò il cosiddetto calendario "giuliano" di 365 giorni diviso in 12 giorni alternativamente di 30 o 31 giorni, ogni quattro anni febbraio era di 29 giorni e i mesi di gennaio e febbraio da ultimi divennero i primi due mesi dell'anno.
Anche questo calendario portò degli errori facendo cadere l'anno bisestile ogni tre anni invece che quattro costringendo successivamente a rimettere a posto le cose.
Infine nel 1582 Papa Gregorio XII attuò una nuova riforma, da qui il nome di calendario "gregoriano". Con tale riforma si stabilì che dovessero essere comuni (anziché bisestili) quegli anni secolari che non fossero divisibili per 400. Quindi, in definitiva, rimangono bisestili tutti gli anni non terminanti con due zeri e divisibili per 4, e quegli anni terminanti con due zeri ma divisibili per 400. Dalla data della riforma a oggi, dunque, fu bisestile l'anno 1600, non lo furono gli anni secolari 1700, 1800 e 1900, mentre lo è il 2000. La differenza fra il calendario gregoriano e quello giuliano è che il primo conta solo 97 anni bisestili nel corso di 400 anni, anziché 100 anni bisestili, come invece fa il secondo. Ciò significa anche che ogni 400 anni vi sono 97 giorni che si aggiungono ai 365 di ogni anno comune; e siccome 97 giorni equivalgono a 97 x 24 x 60 x 60 = 8.380.800 secondi, dividendo questa cifra per 400 abbiamo una media annua di 20.952 secondi, equivalenti a 5 ore, 49 minuti primi e 12 secondi. Quindi l'anno civile medio risulta di 365 giorni, 5 ore, 49 minuti e 12 secondi, con una differenza per eccesso di soli 26-27 secondi da quello solare. Ciò comporta la differenza di un giorno dopo circa 30 secoli, o meglio, di tre giorni ogni 10000 anni.
Al di là di tutti questi conti, ancora una volta possiamo dire che per secoli un sistema adottato dai Romani sopravvive oggi seppure con qualche piccola differenza.

Fonti:
- Enciclopedia Italiana Treccani

lunedì 1 dicembre 2014

BASTA LAVORO GRATIS

Anche se sul mio blog non parlo di questioni politiche e afferenti, vorrei spendere comunque qualche parola sulla manifestazione (una delle tante) che lo scorso 29 novembre è stata fatta a Roma occupando simbolicamente il Pantheon. Il nocciolo della protesta è lo stesso da anni, poco lavoro e spesso gratuito, in un Paese in cui vige il volontariato in questo settore.
Ebbene è possibile che in un Paese come l'Italia, che è la nazione che detiene il maggior numero di siti definiti "patrimonio dell'umanità", per non parlare di tantissimi altri siti minori sparsi per il nostro stivale, la professione di archeologo, storico dell'arte o restauratore non è svolta in maniera adeguata? é possibile che la maggior parte di chi "lavora" nei siti archeologici è un volontario e spesso neanche con la qualifica specifica per il lavoro che svolge? Invece si! Nel 2014 in Italia tutto ciò è possibile!
Intanto da alcuni anni chi sale al potere promette di dare posti di lavoro, di riconoscere la professione, di puntare l'economia italiana sul turismo culturale, eppure ad oggi i risultati sono scarsi.
Si fanno concorsi per un lavoro di 12 mesi, definito "tirocinio"; Franceschini ha firmato un protocollo d'intesa per l'impiego di 2000 VOLONTARI di Servizio Civile Nazionale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, in sostanza 12 mesi di Servizio Civile con uno stipendio di circa 400 euro al mese per 12 mesi, di solito previsto per il Servizio Civile http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1316503507.html.
Certo, come si dice "la speranza è l'ultima a morire", ma di vivere di speranza e solo di sogni non se ne può più, abbiamo bisogno di atti concreti e serietà e non prese in giro!
BASTA LAVORO GRATIS questo è stato lo slogan della manifestazione del 29 novembre scorso, riporto di seguito tg e testate giornalistiche che ne hanno parlato:
Archeologi in piazza TG Rai 1
Corriere della sera Tv
Il manifesto
La Repubblica

giovedì 20 novembre 2014

La città di Troia o Ilios

Vi ricordate la celebre leggenda di Troia che per secoli ha arrovellato le menti di tanti studiosi e ancora oggi desta fascino e mistero? A tal proposito vorrei parlarvi di un'altra grande scoperta di tutti i tempi: la scoperta della città di Troia o di Ilios, in greco.
I primi scavi vennero condotti da uno studioso francese, Jean Baptiste Lechevalier, che, nel 1785, Iliade alla mano, aveva attraversato la Troade identificando le Kirk Goz, le "quaranta fonti" presso Pinarbashi, con le sorgenti calda e fredda dello Scamandro, descritte nel poema.
Nel 1864 il tedesco Johann Georg von Hahn volle verificare la tesi di Lechevalier e sulla collina trovò i resti di un antico insediamento. A questo punto venne data per certa l'identificazione ma Schliemann non era veramente convinto e anzi voleva provare l'infondatezza dell'identificazione.
Sembra però che non intuì da subito che Troia potesse trovarsi sulla collinetta di Hissarlik e che fu il console britannico Frank Calvert, grande conoscitore della Troade, dal momento che la sua famiglia da tempo risiedeva in quella zona, che gli indicò la collinetta.
Il console così avvio degli scavi che gli consentirono di portare alla luce parti del tempio di Atena e settori delle mura di fortificazione di Troia VI, che risalivano alla media età del Bronzo. Calvert si rese conto, inoltre, che la collina di Hissarlik era composta da una serie di strati sovrapposti appartenenti a diverse epoche dell'insediamento.
La città di Troia

Schlielmann, sollecitato dal collega britannico, decise di intraprendere le prime esplorazioni che furono condotte tra il 1870 e il 1873. Schlielmann era convinto che la città di Priamo si trovasse nello strato più basso della collina e che quindi doveva arrivare al terreno vergine. Così scavò, nel 1871, un enorme trincea larga quattro metri e ogni giorno sempre più profonda. Dopo due mesi di scavi ormai pensò di aver sbagliato, che la città non si trovasse lì, ma decise comunque di continuare le operazioni di scavo. Soltanto nell'anno successivo Schlielmann raggiunse le imponenti mura che identificò con quelle della città descritta da Omero. A poco a poco emersero, oltre le mura, anche i resti delle porte, delle strade che fecero da scenario alle gesta di Ettore e Paride. Ecco che giunse a una scoperta eccezionale, una delle più citate nel mondo dell'archeologia: nei pressi della cosiddetta "casa di Priamo", venne alla luce un tesoro inestimabile composto da recipienti in oro, argento e bronzo e numerosi gioielli. La scoperta avvenne nel 1873.
La "maschera di Agamennone", "tesoro di Priamo",
Museo Archeologico Nazionale di Atene

Schlielmann non sapeva però che aveva oltrepassato lo strato propriamente "omerico" per raggiungere una città ancora più antica che gli archeologi in seguito denominarono "Troia II". A questa fase risale il cosiddetto "tesoro di Priamo", all'incirca tra il 2600 e il 2200 a.C. Dunque il tesoro apparteneva sicuramente a un principe o a un re molto potente ma che non si poteva identificare con Priamo. In ogni caso questo strato di "città bruciata" venne identificato con l'antica Ilios, città cantata da Omero. Lo scopritore di Troia morì prima di poter accedere alla prova definitiva che la città che aveva messo in luce era più antica di quella descritta da Omero. Fu l'archeologo Wilhelm Dörpfeld a riportare alla luce tra il 1893 e il 1894 lo strato più recente della città denominato "Troia VI", corrispondente all'agglomerato insediativo che ancora oggi è riconosciuto come la città descritta da Omero. In realtà la questione non è risolta perchè sono ancora tanti i dubbi e le domande che ci si pone sia sulla storicità della guerra di Troia, sia sulla reale corrispondenza di questa città con quella omerica. Una cosa è certa è esistita una città composta di nove strati e che ha avuto una continuità insediativa che va dal 3000-2600 a.C. all'età bizantina, che si tratti invece della città protagonista del poema omerico a noi piace pensare che sia così,

martedì 4 novembre 2014

La Villa dei Papiri

Ricostruzione virtuale della Villa
La Villa dei Papiri fu scoperta per caso nel 1750 durante gli scavi avviati dai Borboni per mettere in luce l'antica Ercolano, sepolta dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
L'evento fu fortuito perchè, mentre si procedeva al di sotto di uno strato di lava dell'eruzione del 1631, vennero fuori alcuni frammenti di marmo. Continuando nello scavo si giunse ad un'exedra circolare sopraelevata, ricoperta di un pavimento a intarsio di marmi policromi: si era arrivati al belvedere di una sontuosa villa di grandi dimensioni. In una galleria si seguì un lungo muro che altro non era che il muro di fondo di un ambulatio di un solarium, cioè di una lunga terrazza riparata a nord dal muro ed esposta a sud verso il mare e destinata forse alle passeggiate post prandium. Dalla lunga galleria si giunse ad alcuni ambienti che precedevano un immenso peristilio, circondato da colonne, al centro del quale era una grandiosa piscina. Fra gli intercolumni del peristilio, nella zona del giardino, al bordo della piscina, erano le statue che ora sono conservate nel Museo Nazionale di Napoli. Si arrivò poi al tablinum e in due punti diversi dell'ambiente si trovarono svariati papiri, in gran numero latini. In tutto furono trovati 850 rotoli. Gli scavatori borbonici non compresero subito che si trattava di papiri; a prima vista in effetti sembravano dei carboni. Con un occhio più attento compresero che non erano semplici carboni, avendo delle misure regolari, e all'inizio si pensò a involti di stoffa, a reti per caccia e pesca. Secondo una testimonianza antica, in seguito allo spezzarsi di uno di essi, si notarono delle lettere e si comprese si trattassero di testi scritti.
Da quel momento in poi iniziò la difficile operazione di svolgimento dei papiri.
Vennero mandati al Museo di Portici dove nacque l'Officina dei papiri ercolanensi.
Alcuni di essi vennero persi proprio durante i tentativi del loro svolgimento.
Dopo aver provato diverse tecniche, utilizzando il mercurio, l'acqua di rose, senza esito, si affidò il compito all'abate Antonio Piaggio, il quale ideò una famosa macchina con la quale sono stati svolti la maggior parte dei rotoli di papiro.
I papiri hanno restituito anche testi inediti come il "Sulla musica" di Filodemo e l'XI libro dell'opera fondamentale di Epicuro, "Della natura".
Il nucleo originario del patrimonio librario ercolanense si formò in Grecia e fu successivamente portato in Italia forse da Filodemo stesso in occasione del suo trasferimento a Roma e poi ad Ercolano. Ad esso poi si aggiunsero testi filodemei copiati su suolo italico.
A chi apparteneva questa sontuosa Villa ad Ercolano? Da momento che i testi restituiteci dalla biblioteca sono opere di Filodemo, filosofo epicureo, e la Villa è un edificio sontuoso, ricco di arredo non comune per quantità e qualità, doveva appartenere a un personaggio di ceto e censo elevati e poichè sappiamo da Filodemo stesso e da Cicerone che il filosofo di Gadara era amico e protetto da Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Giulio Cesare, si è supposto che la Villa appartenesse proprio alla famiglia dei Pisoni. Quest'ipotesi è ancora oggi quella più probabile e accettata da tutti.
La costruzione della Villa è datata tra il 60 e il 50 a.C.
Dopo la seconda metà del 1700 altri scavi furono effettuati nel 1980. Nel 1986 iniziarono le attività di scavo a cielo aperto. Venne riaperto un pozzo borbonico, il pozzo Veneruso, grazie al quale gli archeologi si trovarono in prossimità della cosiddetta "colonna gemina" in corrispondenza cioè del passaggio tra il grande giardino rettangolare e gli ambienti dei tablinum, ovvero le stanze in cui furono trovati i primi papiri. Il sopralluogo continuò anche nel pozzo "Ciceri 1" e si potè stabilire con certezza la planimetria della villa.
Planimetria di Weber
Si constatò che oltre il piano documentato dall'architetto Weber all'epoca borbonica vi era anche un altro piano che non era stato individuato dall'esplorazione settecentesca.

Villa dei Papiri oggi
Gli ambienti visibili oggi sono l'atrio, la basis villae, ed alcune stanze di un livello inferiore.
Una bellissima ricostruzione virtuale della magnifica Villa dei Papiri di Ercolano si può ammirare al M.A.V. di Ercolano, dove si può rivivere l'atmosfera e la magia di quella biblioteca in cui migliaia di anni fa studiosi da ogni dove venivano per consultare testi e per discutere di filosofia.

mercoledì 22 ottobre 2014

I quattro "stili pompeiani"

Non tutti sanno che, quando parliamo dei famosi "quattro stili pompeiani", ci riferiamo a una classificazione generale della pittura romana codificata dall'archeologo tedesco August Mau sulla base delle pitture giunte fino a noi dalle città della Campania sommerse sotto la cenere e il fango del Vesuvio. Infatti le particolari condizioni di conservazione di città come Pompei (da qui l'aggettivo "pompeiano") e Ercolano hanno reso possibile studiare l'evoluzione della pittura di Roma.
In realtà si usa il termine "stile" erroneamente perchè si parla piuttosto di schema decorativo.
Casa di Sallustio, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi")
Casa Sannitica, Ercolano
 (Tratto da "L'arte dell'antichità classica")
Il primo stile detto anche "strutturale o dell'incrostazione" si colloca dal II sec. a.C. alla prima metà del I sec. a.C., imita un rivestimento in lastre di marmo e le lastre erano imitate modellando dello stucco che veniva colorato. Si utilizzava sia in edifici pubblici che in abitazioni e in particolare nelle abitazioni modeste cosicchè si evitava l'utilizzo del marmo. Si trovano alcuni esempi a Pompei nella Basilica, nella Casa del Fauno e nella Casa di Sallustio; ad Ercolano nella Casa Sannitica. 
Casa dei Grifi, Palatino, Roma
(Foto tratta da "L'arte romana nel centro del potere")

Villa dei Misteri, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi")
Il secondo stile detto "dell'architettura in prospettiva" si colloca tra la seconda metà del I sec. a.C. e il I sec. d.C.. La pittura imita le architetture in modo realistico: troviamo parapetti, colonne, architravi e spesso uno zoccolo inferiore con una decorazione a incrostazione. Con un abile gioco di luci e ombre si creava un effetto illusionistico, in rilievo. A Roma troviamo questo stile nella casa dei Grifi sul Palatino; a Pompei è presente all'interno della Villa dei Misteri; ma forse l'esempio più ricco del secondo stile si trovava nella villa di Boscoreale che risale a dopo il 50 a.C. le cui pitture sono state smantellate e si trovano sparse in diversi musei.

Casa di Giulio Polibio, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi")
Il terso stile detto "ornamentale"si sovrappone al secondo stile e arriva fino all'epoca di Claudio (41-54 d.C.). C'è un'inversione di tendenza in quanto viene abbandonata la prospettiva architettonica e si lascia il posto a strutture piatte con campiture monocrome, scure, assimilabili a tendaggi o tappezzerie, al centro dei quali si collocano dei pannelli (pinakes) con raffigurazioni di diverso genere. Ne abbiamo un esempio nella Casa di Giulio Polibio e a Pompei.

Casa dei Vettii, Pompei (Tratto da "Pompei. Guida agli scavi")
Il quarto stile detto "dell'illusionismo prospettico" si colloca subito dopo il 60 d.C. perchè a Pompei lo ritroviamo utilizzato nella decorazione di diverse ville dopo il terremoto del 62 d.C. Si caratterizza per una grande ricchezza ma nulla di nuovo dal momento che riprende gli stili precedenti, dall'imitazione di lastre marmoree del primo stile, alle finte architetture del secondo stile agli elementi vegetali tipici del terzo stile. Gli esempi più importanti a Pompei li troviamo nella Casa dei Vettii e nella Casa dei Dioscuri.

Fonti:
- "Roma. L'arte romana nel centro del potere" di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Milano, 2007
- "L'arte dell'antichità classica. Etruria-Roma", di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli, Novara, 2008
- "Pompei. Guida agli scavi" di Pier Giovanni Guzzo e Antonio d'Ambrosio, Napoli, 2010

mercoledì 15 ottobre 2014

Colonne e capitelli

Con questo nuovo post voglio introdurre una nuova rubrica chiamata "Non tutti sanno che..." per rispolverare o insegnare a chi non ne ha mai avuto conoscenza, alcuni termini base dell'archeologia e della storia dell'arte.
Chi non ricorda a scuola quella confusione tra colonna, capitello, ordini e chi ne ha più ne metta? Ecco! Vorrei iniziare proprio chiarendo il significato di questi termini e il loro uso nell'antichità.
La colonna è un elemento architettonico che poteva essere in legno o pietra, era di forma cilindrica e veniva utilizzato negli edifici come supporto ad altri elementi.
Generalmente la colonna è formata da una base, un fusto e un capitello ma a seconda delle diverse epoche la sua struttura può variare.
Il capitello è la parte sommitale di una colonna, lesena o pilastro su cui poggia l'architrave dell'edificio e anch'esso presenta diverse tipologie sulla base degli ordini architettonici a cui appartiene.
Arriviamo dunque all'ordine architettonico. Si definisce ordine architettonico uno degli stili sviluppatesi nell'architettura greca e codificati successivamente dalla cultura architettonica, ognuno distinto da profili, proporzioni, dettagli caratteristici e generalmente riconoscibili dal tipo di colonna e di capitello, o meglio da tutto l'insieme degli elementi architettonici che vanno a costituire un sistema trilitico, quindi la colonna, il relativo capitello e la sovrastante trabeazione.
Dunque sia che parliamo di colonna dorica, ionica e corinzia sia che parliamo di capitello dorico, ionico e corinzio non facciamo nessun errore, bisogna però sapere che fanno parte di un ordine architettonico ovvero di un insieme di elementi che hanno determinate caratteristiche.

L'ordine dorico, come ci suggerisce il nome, ha un origine peloponnesiaca anche se si diffonde a partire dal VI sec. a.C.. La colonna è rastremata verso l'alto, presenta dalle 16 alle 20 scanalature che creano un effetto chiaroscuro e termina con un leggero rigonfiamento. Il capitello è formato dall'echino, si tratta di una specie di "cuscinetto rigonfio" che tende a una forma tronconica su cui poggia l'abaco che ha la forma di un prisma con base quadrata.

L'ordine ionico assorbe e rielabora motivi orientali. A differenza dell'ordine dorico la colonna ionica non poggia direttamente sul gradino ma presenta una base formata da due elementi, uno chiamato toro di forma convessa su cui poggia la scotia di forma concava. In Grecia abbiamo invece due tori con in mezzo la scotia. Sulla base si erge il fusto che ha proporzioni più snelle rispetto all'ordine dorico e le scanalature sono separate da listelli. Sul fusto poggia il capitello ionico caratterizzato da due volute, al centro di ogni voluta, chiamato "occhio", poteva esserci una decorazione.

L'ordine corinzio è caratterizzato soprattutto dalla decorazione del capitello costituito da foglie d'acanto e volute.

mercoledì 8 ottobre 2014

Atena/Minerva

Atena, secondo la mitologia greca, nacque per partenogenesi da Zeus che inghiottì Meti, patrona della saggezza e della sapienza.
Secondo i Pelasgi la dea Atena nacque presso il lago Tritonide in Libia, dove fu raccolta e nutrita da tre ninfe di quella regione che vestivano pelli di capra. Ancora fanciulla uccise accidentalmente la sua compagna di giochi Pallade, mentre erano impegnate in uno scherzo giocoso armata di lancia e scudo; in segno di lutto aggiunse al suo nome quello di Pallade.
Atena inventò il flauto, la tromba, il vaso di terracotta, l'aratro, il rastrello, il giogo per i buoi, la briglia per i cavalli, il cocchio e la nave. Fu la prima a insegnare la scienza dei numeri e tutte le arti femminili, come il cucinare, il filare e il tessere. Difatti nell'immaginario collettivo è la dea della tessitura, dell'artigianato, nonchè della sapienza, acquisita dalla madre.
Atena è anche la dea della guerra, essa non gode delle sanguinose battaglie come accade ad Ares e a Eris ma preferisce appianare le dispute e far rispettare la legge con mezzi pacifici. Quando invece è impegnata in una guerra non perde mai una battaglia sia pure contro lo stesso Ares perchè più esperta di lui nell'arte strategica
Molti dèi Titani o Giganti avrebbero volentieri sposare Atena ma essa si rifiutò. Durante la guerra troiana, non volendo chiedere le armi a Zeus che si era dichiarato neutrale, chiese a Efesto di fabbricarle un'armatura, Efesto si rifiutò di pagarla perchè dichiarò di prendere l'incarico per amore, Atena accettò non capendo la frase di Efesto. Quando si recò da lui egli cercò di farle violenza; si trattava in realtà di uno scherzo di Posidone che informò Efesto che Atena si stava recando da lui per fare l'amore. Quando Atena divincolò da Efesto questi eiaculò sulla sua coscia, un pò al di sopra del ginocchio. La dea si ripulì dello sperma con della lana che gettò via disgustata; la lana cadde al suolo presso Atene e fecondò la Madre Terra che passava di là. La Madre Terra rifiutò ogni responsabilità per l' educazione del bimbo nato e Atena allora lo prese sotto la sua protezione chiamandolo Erittonio. Per evitare che Posidone ridesse del suo scherzo riuscito, lo celò in un cesto e lo affidò ad Aglauro, figlia maggiore del re di Atene, Cecrope, raccomandandole di averne cura. Si dice che Erittonio fosse metà uomo e metà serpente come Cecrope.
La verginità di Atena era per gli Ateniesi il simbolo dell'espugnabilità della città e per questo che in un momento successivo per giustificare la presenza di un fanciullo-serpente che sbuca dall'egida di Atena nelle pitture arcaiche modificarono la nascita di Erittonio, facendo derivare il nome da erion che significa "lana" e da chtonos "terra".
Nell'iconografia classica Atena è rappresentata con elmo, egida e scudo.
Atena, Glyptothek, Munchen
Abbiamo una versione con il serpente che esce dall'egida: si tratta della cosiddetta "Atena Giustiniani", una copia romana di età antonina di un originale greco di fine V sec. e inizio IV sec. a.C.
Atena Giustiniani, Musei Vaticani
Un'altra famosa rappresentazione di Atena è la "Varvakeion Athena", ovvero una copia di II-III sec. d.C. dell'Atena Parthenos di Fidia che fu posta all'interno del Partenone nel 447 a.C.

Varvakeion Athena,
Museo Nazionale Archeologico di Atene